Il mercatino delle parole

La domenica era un giorno speciale. Gli piaceva alzarsi con calma e prepararsi con attenzione per andare al mercatino. Chiudeva la porta di casa e toccava la tasca dove aveva messo la lista delle cose che gli servivano. Si avviava senza fretta respirando la domenica sempre nuova.
Il mercatino era dentro le mura del vecchio castello e non avrebbe avuto migliore collocazione.
Gli piaceva vedere i volti degli avventori, gli occhi attenti, le mani che mescolavano dentro le ceste, lo sguardo di chi cerca di capire se la valutazione è reale.
La cosa che lo inteneriva era il banchetto delle parole usate, in genere erano ragazzini dalla faccia livida o con un’espressione troppo sfacciatamente insolente per essere autentica che vendevano le parole del loro primo amore deluso. Lui si fermava sempre al banchetto e chiacchierava con il giovane venditore come un intenditore esperto, in effetti non comprava mai nulla perché sapeva che quelle parole sarebbero servite ancora a chi voleva disfarsene solo per la rabbia ancora cocente. C’erano quei “ti amo” scritti calcando tanto la penna che si leggeva benissimo anche sui fogli sotto. Su un piattino c’era il cartellino “Offerta” e dei fogliettini con su scritto “sei tutta la mia vita” .
Ringraziò il ragazzo dalla cresta rossa per lo scambio di opinioni sugli aggettivi e gli consigliò di togliere la “i” alla frase che aveva scritto sullo zerbino “sei il sognio dei miei giorni”.
Mise la mani in tasca e continuò il suo giro. C’erano le ceste con la punteggiatura, ne aveva bisogno un bel po’, tre etti sarebbero bastati per tutta la settimana.
Vide dei cestini con dei simboli nuovi, gli piaceva vedere le novità e le applicazioni.
Prese la sua lista, aveva bisogno degli avverbi, cercò la bancarella. Gli avverbi andavano a metro e sul bancone di Ubaldo c’erano tutte le tacche un centimetro dopo l’altro. Ubaldo era un po’ taccagno di natura e se qualcuno gli stava antipatico quando metteva gli avverbi sul suo metro li stirava al massimo, con lui non lo avrebbe fatto si conoscevano da tempo.
In fondo alla strada vide una bancarella nuova. Si avvicinò, sull’insegna di legno un ramo intrecciato di lillà e sotto, scritto con rametti fioriti, “fantasia e illusioni”.
La ragazza gli sorrise: – Buongiorno.
Lui guardò i suoi occhi verdi e smise di pensare, cioè pensò, ma erano pensieri che profumavano di sole.
– Vuole dare un’occhiata alle parole di fantasia? Non credo che le interessino, lei ha l’aria di chi sa già cosa vuole. Non mi stupirei se avesse la lista delle parole da comprare.
– Sono così prevedibile?
– Io non la conosco, non credo sia prevedibile in modo particolare. Tutti siamo prevedibili in determinate circostanze.
– Ma secondo lei io non acquisterei mai delle parole di fantasia.
– Lei acquisterebbe delle parole di fantasia se avesse già in mente di usarle. – rise – Ha la lista vero?
Lui mise la mano in tasca e fu contento di avere la lista perchè quando la tirò fuori lei rise e fu la giornata più soleggiata che ricordasse.
Parlarono di tante cose, risero e si presero un po’ in giro. Alla fine lei prese un sacchettino e ci mise dentro delle parole: – Questo è un omaggio della casa. Sono certa ne farà un buon uso.
A mezzogiorno le bancarelle smontavano e tanti cominciavano a raccogliere i loro prodotti. Un grasso signore inveì contro qualcuno che aveva fatto cadere la scatola con le parolacce, improperi e frasi colorite e turpiloqui si sparsero per terra. Qualcuno lo aiutò senza ricevere neanche un “grazie”.
Francesca, l’anziana signora cieca che vendeva bigliettini di saggezza, lo riconobbe dal passo o forse da qualcos’altro, dopo anni aveva smesso di chiederselo: – Allora? Cosa hai comprato di bello oggi?
Lui sorrise: – Un giorno mi dirai come fai a conoscere tutti.
– Sì, un giorno, quando sarà l’ultimo giorno che verrò qua ti spiegherò come faccio a “vedere” ogni cosa.
– Allora credo che mi terrò la curiosità per molto tempo ancora. Dunque ho preso della punteggiatura, degli avverbi e – fece una pausa pensando a lei – la nuova ambulante mi ha regalato delle parole di fantasia.
– Bene, allora hai già conosciuto la nostra Demelza… e credo che la cosa ti faccia molto piacere.
– Perché ho l’impressione che tu ci veda benissimo?
– Forse perché è la verità. Mio caro ragazzo ci sono tanti modi per vedere e la cosa buffa è che non tutti quelli che vedono, vedono tutto. Io vedo tutto. Vedo la tua faccia sorridente con un sorriso nuovo. Si lo so, potrebbe darti l’aria da sciocco, ma non è così, è solo un sorriso che guarda cose lontane.
L’orologio del castello batté il mezzogiorno.
– Visto che sei qua, mi aiuti a raccogliere i cestini?

La settimana fu lunghissima. Gli sembrava fosse passata un’intera stagione prima che arrivasse di nuovo la domenica. Aveva comprato un maglioncino blu, aveva cercato in tre negozi prima di trovare quello che sperava fosse il blu giusto e alla fine lo aveva trovato.
Nel sacchetto che gli aveva dato Demelza c’era “blu nuvole” e buttato sul letto aveva provato a immaginare che tipo di blu fosse quello delle nuvole.
Era domenica finalmente e lui con il suo maglioncino blu nuvole e con l’ultima delle quattro camicie che aveva provato la mattina era uscito per andare al mercatino ed era senza lista.
Vide la bancarella “fantasia e illusioni” appena entrò nel cortile. Aveva un po’ di ansia e pensò di passare da Francesca prima per darsi una pausa.
– Buongiorno Francesca.
– Buongiorno Shakespeare! – lo apostrofò la vecchia signora.
– Cosa mi dai oggi di utile?
– Proprio nulla. Non ho niente che possa esserti utile adesso.
– Non ci credo, tu hai sempre qualcosa per tutti e non hai niente per me?
– Qualsiasi cosa possa darti adesso sarebbe come aggiungere un bicchiere d’acqua al mare.
Lui rise ma il suo sguardo cercava quello che vide alla fine della strada.
Francesca agitò la mano: – Adesso vai che mi fai perdere tempo.
La bancarella di Demelza era piena di gente, questo lo contrariò un po’, per tutta la settimana aveva pensato di stare solo con lei e parlare come l’altra volta, invece adesso doveva aspettare che tutti andassero via.
Lei era delicata come una farfalla. Ascoltava tutti e sorridendo dava loro le parole che chiedevano. Era bravissima a capire cosa serviva a ciascuno e lui la guardava affascinato dai suoi gesti aggraziati e dai suoi modi gentili. Ogni tanto i loro occhi si incontravano per un breve muto dialogo. L’ultimo cliente fu un vecchio professore di latino che sembrava non avesse intenzione di andare altrove. Voleva la radice della parola “giustizia” e non finiva più di chiedere le origini e la provenienza. Demelza rispondeva con calma ma il suo sguardo tradiva la fretta.
Lui si avvicinò e interruppe la contrattazione: – Scusami, hai già pronte le parole che mi servivano?
Demelza sorrise e quello fu un sorriso di cuore: – Mi spiace, devo preparale ma se aspetti un attimo, finisco con il signore e sono da te.
Erano passati al “tu” con naturalezza ma la cosa nuova e molto eccitante era che erano complici. Capirsi con lo sguardo, portare avanti un discorso senza essersi messi d’accordo prima, li rendeva euforici. Quando rimasero soli risero della stessa risata. “Capirsi” che parola meravigliosa!
Capirsi voleva dire essere nello stesso pensiero e stare nello stesso pensiero con lei era la cosa che desiderava di più. Che domenica fantastica fu quella.

Le settimane diventarono solo pause tra una domenica e l’altra. Lui era cambiato ma non si rendeva conto, si rendeva conto solo che stava bene e stranamente non si ricordava di come fosse prima, aveva una specie di blocco, non riusciva più a vedere la sua vita prima, le sue settimane quando i giorni non erano l’attesa della domenica, i suoi pensieri quando non c’era lei.
Quella domenica lui era più agitato del solito, non aveva chiuso occhio per tutta la notte.
Da sempre il mercatino delle parole aveva una regola: nessuno sapeva nulla dei venditori, nessuno doveva chiedere nulla sulla loro provenienza né cosa facessero quando non stavano nel cortile del castello. Gli ambulanti erano da sempre forestieri, arrivavano la mattina presto, montavano le loro bancarelle e dopo il tocco di mezzogiorno raccoglievano le loro cose e andavano via, nessuno sapeva dove.
La mattina di quella domenica lui era deciso a sapere. Avrebbe affrontato tutti i venditori di parole, avrebbe affrontato le conseguenze ma lui doveva sapere chi era veramente Demelza e dove abitava e soprattutto voleva dirle che non gli bastava più vivere un solo giorno a settimana.
Quella domenica la bancarella “fantasia e illusioni” non c’era. Al posto di Demelza c’era un signore alto e magro con un camice bianco che vendeva “termini tecnici”.
Il tono della sua voce fu un po’ più alto del normale quando chiese: – Dov’è la bancarella che era qua al posto suo?
Il signore lo guardò contrariato: – Non so dirle nulla ma se lo sapessi non credo le direi le informazioni che chiede.
Lui abbassò lo sguardo ma non per umiltà non c’era niente di umile nei suoi muscoli tesi, nelle sue labbra contratte, fu solo per distogliere gli occhi da quell’uomo altamente irritante e stupido e concentrarsi su ciò che poteva fare.
Andò da Francesca.
– Mi devi aiutare. Devo sapere dove posso trovare Demelza.
Francesca respirò profondamente: – Lo sapevo che saresti arrivato a questo punto. Esattamente come tu sai che non posso dirti nulla.
– Francesca tu sai bene che io non mi fermerò qua, sai bene che rivolterò ogni cosa, che seguirò ciascuno di voi fino a quando non troverò lei.
– Tempo fa mi chiedesti qualcosa, ti dissi che non avevo niente per te perché in quel momento qualsiasi cosa avessi potuto darti sarebbe stato un bicchiere d’acqua nel mare. Adesso tu vuoi tutto il mare dentro al tuo bicchiere.
– Io non voglio il mare, io voglio lei, solo lei.
– Ascoltami, Demelza vendeva “fantasie e illusioni”…
– So cosa vuoi dirmi, ci ho pensato anch’io, ma lei è reale io le ho tenuto le mani, io l’ho baciata, lei non è una fantasia, non è un’illusione.
– Sì, lei esiste è reale e quando era qua insieme avete vissuto dei momenti magici, meravigliosi, vero?
– Sì.
– Non cercarla. Le faresti solo del male.
– Ma tu non capisci? Io l’amo e lei ama me, non posso stare senza di lei.
– Ragazzo, non osare dire a me che non capisco. Io capisco benissimo quello che i tuoi occhi pieni di fantasie e illusioni non riescono a vedere.
– Io non ho gli occhi pieni di fantasie e illusioni, ci vedo benissimo e so che se lei non c’è sicuramente è stata impedita da qualcosa e voglio capire cosa.
– Se volessi capire veramente dovresti guardare la realtà così com’è non cercare il motivo che la rende diversa da come vorresti che fosse.
– Per favore, io devo trovarla.
– In tutto questo tempo lei non ti ha parlato della sua vita vero?
– Io ho provato a chiederle qualcosa ma i suoi occhi si intristivano e la sua espressione cambiava e ho sempre pensato che era per quella stupida regola del mercatino.
– Non ci sono regole stupide, ogni regola ha un motivo, a volte anche la stupidità di chi l’ha imposta ma non è questo il caso. Questa è stata fatta per proteggere noi, quindi anche Demelza.
– Proteggerò io Demelza a costo della mia vita.
– Illusione e fantasia, ragazzo. Chi la proteggerà da te?
– Lei non ha bisogno di essere protetta da me, non farei mai nulla che potesse farle del male.
– Hai detto che lei ti ama?
– Sì, ne sono certo.
– Quindi, se lei, come dici tu, è stata impedita da qualcosa e adesso non può essere qua, immagino stia soffrendo.
– Basta… io sto perdendo tempo, adesso o mi dici qualcosa tu o a costo di mettermi nei guai io scoprirò dove sta.
– Voglio aiutarti ma ho un solo modo per farlo: scrivi una lettera e io gliela farò avere. Sarà lei a trovare un sistema per risponderti o per raggiungerti.
– Sarò qua a mezzogiorno con la lettera.
Arrivò a casa pieno di sentimenti contrastanti. Rabbia, delusione, disperazione e poi speranza, amore. Scrisse una lunga lettera dove tra la confusione delle parole sperava di aver messo se stesso, almeno quella parte di sé che sarebbe stata per sempre di lei.
Al tocco di mezzogiorno consegnò alla vecchia cieca la sua lettera e quella parte di se stesso che pesava più di tutte le parole che aveva usato.
Fu una settimana d’inferno. Ogni giorno gli mancava l’aria e gli bruciava gli occhi peggio del fumo di un incendio. La domenica arrivò con il suo carico tanto atteso e pure tanto temuto.
Francesca gli consegnò la lettera e lui andò di corsa a casa per leggerla da solo.
“Il mio nome non è Demelza e poco importa qual è quello vero. Per te sarò sempre Demelza e lo sarò per me, dentro di me.
La mia vita reale è banale come solo una vita adattata può esserlo. Ho raccolto parole di fantasia e illusioni per fuggire da una realtà che non ho avuto il coraggio di cambiare o forse che ho coraggiosamente vissuto perché le responsabilità sono state più pesanti dei sogni e comunque ho cercato di essere me stessa a modo mio.
La Demelza che conosci tu è quella che non può esistere nella realtà, sono stata così per te perché tu mi rendevi così. L’amore è un lusso che non posso permettermi adesso perché l’amore sei tu. Imparerò a vivere senza amore e imparerò a fare a meno di te.
Non venderò più fantasie e illusioni, non ne ho più.
Non chiedermi altro. Non chiedermi ciò che non posso darti.
Non potrò dimenticarti ma concedimi di vivere come meglio mi riuscirà di fare.
So di farti del male ma credo sia necessario, forse un giorno quando tutto questo sarà passato, forse capirai.
Adesso ti chiedo solo una cosa: non cercarmi più.”

Lesse e rilesse fino a quando ubriaco di lettere e vocali le parole si intrecciarono tra di loro rendendo il significato incomprensibile. Stracciò i suoi pensieri in mille pezzi e prese a pugni il suo inutile cuore fino a quando la stanchezza vinse sulla rabbia.
Sporco di delusione, con le mani ferite dall’impotenza, aspettò quel dolore sordo che viene da lontano ed esplode con mille frecce acuminate che si infilzano su ogni ragionamento, su ogni pensiero logico.
Stracciato, accartocciato, stropicciato, piegato, avvolto su se stesso con tutte le parole dentro rimase fermo, fino a quando non sentì il silenzio.

Chissà quante stagioni passarono, o forse furono solo settimane, ma quel giorno lui trovò la scatola con tutte le parole che Demelza gli aveva dato “fantasia e illusioni” e cominciò a scrivere la sua storia.
L’ultima volta che lo vidi stava scrivendo ancora, ma non so se alla fine riuscì a trovare la sua Demelza.
Ogni tanto viene da me per comprare delle parole che siano blu nuvola li lega a mazzetti e va via di corsa sorridendo.