La pioggia era passata

Veniva giù quella pioggia di primavera…
Hai idea di quello che succedeva quando pioveva e io, ero ancora in quella casa?
Non credo che tu possa farlo, capire, intendo.
Tu arrivavi quando c’era il sole e i mobili erano stati lucidati di fresco. Entravi con il tuo passo sicuro e guardando dalla finestra del salone, lasciavi che i tuoi occhi si abituassero a quei toni di verde, ai blu, ai vasi ricolmi di fiori che separavano la terra dal cielo.
Era sempre così, quando la casa aspettava te: ogni cosa a suo posto.
Quando andavi via, assaporavo quel momento solo mio.
Guardavo a lungo i granelli di terra lasciati dove eri passato, la cenere, caduta sul tappeto o sul vetro del tavolinetto accanto alle cornici e al posacenere di cristallo.
Mi accomodavo sulla poltrona e stavo in silenzio a guardare i cuscini del divano con ancora la tua forma. Non volevo che li sprimacciassero per qualche giorno.
A volte, mi dimenticavo di alzarmi dalla poltrona, fino a quando non sentivo quel discreto bussare allora, mi accorgevo che era già sera.
Il giorno dopo, avrebbero pulito e sistemato tutto.
La pioggia di primavera…
Arrivava d’un tratto a disordinare quel cielo fermo. Uscivo sul terrazzino del salone e chiudevo gli occhi.
Potevo osservare meglio, in quel modo, la pioggia entrare tra i rami dei limoni e degli aranci, riuscivo quasi a toccare l’avido bacio delle gocce sulle zagare aperte. Quella danza di acqua che mi pizzicava il viso, era la stessa che gocciolava dalle foglie lisce e lucide e colmava i minuscoli calici bianchi.
Quel suono dal fascino prepotente e antico batteva su ogni cosa, impregnando, scivolando, gocciolando.
La terra rispondeva riempiendo l’aria di quel profumo dolce e forte.
Non credo tu possa capire come profumava la pioggia in quella casa.
Con gli occhi chiusi, ascoltavo il respiro della terra e sentivo l’odore delle zagare come un canto seducente e disperato.
Brillavano già, le gocce, sulle foglie ai primi raggi di sole… la pioggia era passata.
Avrebbero pulito il viale, asciugato i vetri e il tavolo del giardino.
Ogni cosa sarebbe tornata al suo posto.
Non ogni cosa, io avevo dentro ancora un po’ di pioggia, la tenevo tra le narici e il petto dove la sentivo ancora tintinnare e battere come un sogno disperato che bussa a una porta chiusa.
Tu… per te era solo una casa, grande, comoda, perfetta.
Non saprai mai com’era sconvolgente la pioggia d’aprile in quella casa.
Io… mi lasciavo sedurre e ti tradivo ogni volta, in modo consapevole e colpevole, ti tradivo con quello che non saresti stato mai: l’uomo che eri quando non c’eri. Ogni volta, aspettavo che non ci fossi, per amarti.
Guardo una goccia che scivola su una foglia e mi basta chiudere gli occhi e ascoltare quello che faceva la pioggia nel giardino, il respiro della terra e il mio amore profondo, intenso, immenso, quando eri via.