Anna si passò una mano tra i capelli

“Casa di Cura Regina Margherita” recita il cartello all’ingresso e lì, si deve capire subito che è tutta una bugia, nessuna regina abiterebbe qui, in questo squallido casermone con le stanze grandi come sgabuzzini per le scope, ad eccezione del salone comune dove sostiamo per buona parte del giorno rispettando un copione sempre uguale.
Per quanto riguarda il fatto che sia una casa di cura, verrebbe da scriverci sotto: cura di cosa? Che malattia abbiamo noi che siamo qua?
E sapendo il nome della malattia, in che modo la state curando?
Ma abbiamo bisogno di eufemismi che siano belli da leggere e che ci mettano a posto le coscienze, funziona tutto così, là fuori. Altrimenti bisognava scrivere “Casa della Solitudine Binario Morto”, fa schifo ma è la verità e qua dentro c’è solo la verità, senza eufemismi piacevoli.
Ho avuto la fortuna di avere tante malattie e quindi necessitavo di cure ospedaliere, ma adesso, sono in un punto dove tutto è cronico, vuol dire che le malattie si sono abituate a me e io a loro. Non ci sono più cure. Anche la mia vita è diventata cronica. Ho poche energie e le uso per pensare.
Smisi di parlare tempo fa, quando cominciai a guardare i volti delle persone e mi sembravano non adatti ad ascoltare ciò che volevo dire. Ciascuno può dire quello che vuole, ma non tutti sono adatti ad ascoltare, non è che le persone non comprendano, solo, non sono adatte a capire quella cosa precisa e quindi, è inutile blaterare e poi lamentarsi. La verità, se vogliamo dirla tutta, è che sono un po’ geloso delle cose che penso e non mi va di sprecarle con chiunque.
Questa volta, forse ho esagerato, non ci ho nemmeno provato, eppure sono sicuro che lei avrebbe capito, lei era adatta.
Anna si passò una mano tra i capelli. Avrei voluto dirglielo che l’avevo vista, era stato bello quel gesto… una poesia.
Anna aveva alzato la mano che poco prima pendeva inerme, quasi staccata dal resto del corpo e con un gesto così femminile, così vanitoso e leggero, aveva ravviato i capelli accompagnando quel gesto con un mezzo sorriso.
Era stata bella Anna, una vita prima forse.
Chissà quale pensiero aveva fatto alzare la mano macchiata e con le vene blu che andavano su lungo il braccio. Chissà quale pensiero era passato in quegli occhi che vedevano altri mondi. Chissà a chi era dedicato quel sorriso sdentato.
Anna, avrei voluto dirtelo che ti avevo vista. Quel gesto … quel braccio che si alzava con grazia, quella mano che leggera si posava
tra i capelli corti e sporchi, grigi di solitudine.
Anna, avrei voluto che quel sorriso fosse stato per me, ma tu eri nei tuoi mondi lontani e io… io non c’ero nei tuoi mondi.
Anna e i suoi vestiti colorati di primavera con nuvole di salsa di pomodoro e fiori di latte.
Anna e il suo modo di camminare quasi altero, da diva del cinema anche con le ciabatte di panno che una volta, erano state azzurre.
Avrei voluto regalarti delle scarpe con i tacchi, scarpe di vernice nera, ricordo che si usavano nella vita di prima. Ti sarebbero piaciute e il tuo passo sarebbe stato deciso mentre toccava terra con quel rumore che avrebbe zittito il resto.
Vorrei vederti ancora una volta, Anna.
Mi sembra sia trascorso tanto tempo da quando tu sei solo nella mia testa.
Quel pomeriggio, nel salone, in piedi, vicino al televisore spento, ti sei passata una mano tra i capelli e io ho visto che eri bella.
Sei rimasta così nella mia testa. Ho tenuto questo pensiero per me, quasi a saperlo che sarebbe stato l’ultimo gesto bello e così, l’ho conservato.
Da quando mi sono aggravato non mi fanno più uscire dalla camera e non credo che resterò ancora molto qua, ma non mi importa.
Solo una cosa avrei voluto dirti, che ti ho vista, mi sono accorto che eri bella e ho tenuto questo pensiero per me.
Aspetto che si spenga la lampada al neon che ormai ha finito di darmi fastidio e così posso immaginare la luce del salone e tu che dovevi avere dei folti capelli neri, tu che ti passi la mano tra i capelli.