Carnevale

Il carnevale non è mai stata una tra le mie festività preferite, forse perché da piccola non ho mai avuto un vestito di carnevale, o perché vedevo in giro la gente “mascherata” e non riuscivo ad entusiasmarmi. Crescendo mi sono accorta che giocare al gioco del carnevale, era divertente. Ero adolescente e uscire con gli abiti di mio nonno, con tanto di camicia bianca e cravatta e soprattutto scarpe comode, era davvero uno spasso. Il carnevale si svolgeva lungo la “strada nuova”, corso Umberto I, si chiamava probabilmente così perché portava alle scuole “nuove” ed era la zona di espansione degli anni ’60. La regola di quei carnevali era: non farsi riconoscere. A prescindere dal vestito, dal tipo di maschera, ci si doveva coprire le parti del corpo riconoscibili con qualsiasi cosa che impedisse di arrivare all’identità del mascherato, quindi si usciva mettendo sul viso velette nere, strati di stoffe che dopo un po’ si respirava a fatica, per avere un po’ d’aria si andava in qualche vicolo poco illuminato e ci si toglieva quell’ambaradan per respirare a pieni polmoni. Il gioco era: andare da chi non era mascherato e fare gli scherzi, dare degli indizi, il più delle volte sbagliati, con la voce in falsetto e lasciare il dubbio sull’identità, è inutile dire che la maggior parte delle volte si veniva scoperti. L’amministrazione comunale e l’associazione per il carnevale, investivano i soldi raccolti per finanziare il gioco del palo ‘nzivatu, il palo della cuccagna, dove prodi giovanotti si cimentavano per arrivare su in cima, il gioco delle pentolaccia, e la maggior parte di pentole era piena d’acqua, e il “complesso”, un gruppo musicale di giovani nostrani, armati di buona volontà che suonavano fino notte fonda facendo ballare, mascherati e non, di tutte le età. A fine serata c’era la premiazione per la mascherina più bella e per il gruppo più divertente o con i costumi più originali. Si ritornava a casa stanchi e spossati, pieni di coriandoli e sudati, con il trucco che era diventato una strana poltiglia. Difficilmente ci si mascherava per tutte le tre sere, dalla domenica al martedì, il lunedì era la serata più tranquilla, si passeggiava e si compravano i panini con la salsiccia nella bancarella allestita con le griglie che sfrigolavano e spandevano l’odore di carne arrostita come l’incenso il mercoledì delle ceneri.
L’ultimo anno che decisi di mascherarmi fu quello che da ragazza, mi piacque di più. Io e mia cugina con abiti arrangiati e sistemati, ci vestimmo rispettivamente da Minnie e da Pierrot, eravamo truccate e riconoscibili, avevamo scarpe comode e respiravamo benissimo, fu una serata molto divertente. Qualcuno cominciava a vestirsi bene, con costumi e trucco curati, e “i spagghiazziati”, le pagliacciate, furono lentamente abbandonate. Il carnevale diventò più organizzato, peccato che nel frattempo anche i soldi dell’amministrazione comunale divennero organizzati per altre attività e quindi non ci furono più i giochi e il gruppo musicale divenne a tempo determinato. Si videro i primi carri e i bambini erano tutti in maschera, tutti con costumi belli, ben fatti. Le mamme, già per tempo, avevano ordinato il costume dalla sarta oppure si comprava con tutti gli accessori. Il carnevale diventò una bella festa, senza troppe pretese, ma curata. Gli adulti cominciarono a organizzare feste private in maschera, o, chi poteva, andava nei locali. Le premiazioni si organizzarono presso le sedi delle tv locali e nei saloni di palazzi, ristoranti, associazioni. Ovunque si premiavano maschere e mascherati e la “strada nuova” si svuotò, rimase qualche nostalgico con il panino con la salsiccia e un pugno di coriandoli da tirare in aria.
Chissà da dove partì l’idea, eravamo già tutte sposate e io avevo Aurelio che a due anni non stava mai fermo, comunque, decidemmo di vestirci da indiani. Qualche settimana prima di carnevale andammo al mercato settimanale e con le idee più o meno chiare, comprammo stoffa, perline, lana e quanto pensavamo sarebbe servito. Tutti i pomeriggi, casa mia diventava un laboratorio di sartoria. Per il sabato di carnevale avevamo fatto quattro costumi maschili, quattro femminili e quello piccolo per Aurelio, parrucche e accessori compresi. Pomeriggi e serate di errori di assemblaggio, tentativi, modifiche, ma soprattutto di risate e divertimento puro, alla fine eravamo talmente soddisfatte che non ci importava nient’altro. Andammo a prepararci tutti a casa di Maria Grazia. Vestiti e truccati uscimmo con i crampi allo stomaco per le risate e Aurelio che trotterellava felice. La “strada nuova” era semi vuota e decidemmo di andare a Palazzo Miccichè, la sede del comune a Donnalucata, dove avevano organizzato un ballo in maschera. Fu una serata bellissima e ci diedero pure la coppa come gruppo più simpatico.
Ventotto anni fa non c’erano i telefonini con le telecamere, si usava la macchina fotografica per fare le foto e la videocamera per fare i filmati, ogni strumento faceva solo una cosa per volta, poi, quando il rullino era tutto finito, si portava dal fotografo e, se eri un amico, dopo una settimana andavi a ritirare le foto sviluppate, in genere, quando si potevano guardare le foto, l’evento era passato da un po’ ed era sempre una sorpresa. Abbiamo poche foto di quella serata e forse per questo ricordo tante cose.

p.s. sono la terza 🙂