Hopper. Stanza a New York 1932

E dunque…
dunque qualcuno avrebbe dovuto parlare, urlare magari, sbattere qualcosa.
Stavano.
Chiusi dietro una finestra aperta come un dipinto di Hopper, stavano.
Avrebbe potuto girarsi lei, lei con il suo vestito rosso.
Avrebbe potuto guardarlo e magari dirgli che non capiva, o che capiva e non voleva, si rifiutava, di comprendere.
Avrebbe potuto schiarirsi la voce lui, posare il pretesto di fuga che teneva tra le mani facendo finta di leggere e dirle che lui era lì.
Morivano piano, stando fermi.
La rabbia aveva la forma di una schiena vestita di rosso.
La mancanza di coraggio stava curva sulle spalle di lui, un po’ protesa, incerta, cauta, ancora indecisa sul tempo da prendere, sul tempo da difendere.
E poi quella nota, sempre la stessa, un lamento senza suono, un rumore che chiede ragione.
Stavano.
Non voglio andarmene, non adesso.
Non andartene, non adesso.
La porta chiusa. La finestra aperta.
Morivano piano, stando fermi.
Morivano insieme in quella piccola stanza piena di un silenzio assordante, di un amore che non aveva spiegazioni da dare al mondo là fuori.
Una nota per fare male.
Mani occupate per fare male.
Manca l’aria. La finestra aperta. La porta chiusa.
Qualcuno avrebbe dovuto parlare, urlare magari, sbattere qualcosa.