L’aquilone

Avevo trovato quella casetta in collina, dopo aver accompagnato il mio secondo matrimonio, verso un naufragio lento e forse per questo, senza disperazione.
Alla fine, tutto si era concluso con dei numeri: anni, mesi, giorni; trasformati in cifre da scrivere su assegni. Ricordi quantificati in valori commerciali.
Alla fine, si era concluso, i numeri avevano preso il posto delle parole e i progetti erano andati in pausa.
Era un periodo di apparente tranquillità. In effetti, era un periodo piatto dove ogni giorno sembrava un riga dritta, anonima e scappata quasi per caso dalla penna di chi sa, senza alcuna curva o tentennamento, senza interruzione, una riga dritta su un foglio bianco.
Quella mattina, era una giornata grigia, di quel grigio che assorbe ogni colore e forse per quello, la macchia di arancione e giallo catturò la mia attenzione. Sul viale, oltre casa mia, un aquilone era rimasto impigliato tra i rami di un tiglio.
Il vento che lì non mancava mai, lo agitava e lui con i suoi colori sfacciatamente di sole, svettava, quasi sfidando il cielo plumbeo che aveva già inghiottito i pensieri migliori.
Mi sembrò così coraggioso quell’aquilone che impavido cercava il cielo.
Andai a lavorare come se mi fosse accaduto qualcosa di piacevole, una specie di buonumore che mi colse improvvisamente senza un perché.
Al ritorno, l’aquilone era ancora là. Il proprietario non lo aveva cercato o forse era volato troppo lontano.
Dopo cena accesi la radio, presi il libro che avevo comprato nel pomeriggio e spostai la sedia verso la finestra. Il lampione di fronte mi permetteva di vedere nel buio, l’ombra dell’aquilone, così ogni tanto, alzavo gli occhi dal libro e controllavo che ci fosse.
Avevo esaurito tutti i “perché” negli ultimi due anni, quindi non mi feci domande, mi limitai a vedere quella macchia di colore come un cavaliere sicuro e forte che stava di guardia alla mia casa e forse un po’ anche alla mia vita. Mi piaceva sapere che stava là. Mi piaceva sapere che ogni mattina, aspettava me per darmi il suo buongiorno di giallo e arancione. Mi piaceva trovarlo la sera, quando tornavo a casa.
Più volte, durante la settimana, ero andata sotto l’albero per vedere se potevo liberarlo per portarlo a casa. Era su un ramo troppo alto e i rami sotto di lui erano sottili, non avrebbero retto il mio peso.
Pensai che forse lui volesse stare là, che quello fosse il suo posto. Pensai che se lo avessi portato dentro casa, sarebbe stato posato da qualche parte e un aquilone non è un oggetto da posare come una scatola.
Era bello, sembrava fiero di quei colori e mi convinsi che fosse lì per me. Oh, sapevo che dopo i momenti difficili, o durante periodi bui, si tende a captare segnali, piuttosto discutibili, a inventarsi messaggi forieri di verità, ad aggrapparsi a qualsiasi cosa pur di non sentirsi soli nel mezzo di un oceano, io avevo trovato il mio segnale appeso a un albero, impigliato agli spigoli della mia vita.
Erano dieci giorni che l’aquilone mi regalava la sua presenza rassicurante. Qualcuno arriccerà il naso e sinceramente la cosa non mi importa, ma io volevo bene a quell’aquilone. Era il mio, lo sentivo mio.
La mattina prendevo il caffè guardando fuori dalla finestra, guardando il mio aquilone che danzava nel cielo e sorridevo a quel buongiorno così particolare, colorato e allegro.
Quella mattina, già quella mattina… il vento cessò completamente. Fu come se mancasse l’aria. Non c’era un alito di vento.
Appena sveglia, mi accorsi che c’era un silenzio strano. Guardai fuori dalla finestra.
L’aquilone non svettava più: non c’era. Uscii in pigiama. Ero preoccupata, spaventata, agitata.
L’aquilone penzolava come un pensiero triste. Affrettai il passo. Arrivai giusto in tempo per vederlo cadere.
Cadde piano, silente. Si posò sul ciglio della strada. Corsi.
Una macchina passò veloce e bastò quel piccolo spostamento d’aria per farlo sobbalzare, per farlo alzare quel poco dal marciapiede.
Lo stavo prendendo. Ero lì. Ero a un respiro dal prenderlo.
Il camioncino dei surgelati che mi passò accanto, non si accorse nemmeno di averlo preso in pieno.
Urlai.
Quel mattino, in pigiama, in mezzo alla strada, poco più avanti da casa mia, raccolsi i brandelli del mio aquilone e con le guance rigate dalla disperazione, dal mio sentirmi ancora impotente, tornai a casa.