Cicciuzzu u luoccu.

 

Ogni paese che si rispetti ha i suoi personaggi e i paesi che sono bagnati dall’Azzurro Mediterraneo, quei paesi dove la pietra bianca delle case è impregnata di sale e di sole, quei paesi dove tutti conoscono tutti da generazioni, lì, ogni persona è un personaggio.

Cicciuzzu nacque già personaggio. Nacque da madre vedova, la notte di Natale, dietro al terzo pilastro della chiesa madre, mentre il parroco impartiva la benedizione, un vagito prepotente interruppe il silenzio.

Si diceva fosse strano e fu preso sotto l’ala protettrice delle donne del paese, di conseguenza non ebbe mai problemi.

Quando la madre morì, lui rimase nella piccola casa di pescatori, vicino al porto vecchio, sotto le mura della chiesa.

Cicciuzzu faceva il fattorino a tutti e siccome parlava poco e stava ore sul tetto della casa a guardare il mare… tutti dicevano che era luocco [stupido, ritardato].

Mangiando ciò che le donne del paese gli portavano a turno e facendo commissioni per tutti, era diventato un trentenne alto e robusto e conoscitore degli uomini: ed era luocco.

Cicciuzzu guardò l’orologio della chiesa, mancava poco che suonasse le 11,00. Alle 11,00 di tutte le domeniche e feste comandate, la moglie di don Masino, a braccio del marito, faceva la sua comparsa in piazza per andare a Messa. Era la seconda moglie, la prima scura di facci e di core [di viso e di cuore], era morta con una febbre lunga che non se ne poteva più. Brutta e insuccumata [segaligna, consumata da se stessa] non dava confidenza a nessuno, per paura che le si prendessero il marito. Marito che aveva acquistato con case e terreni e vigneti (messi da parte dai genitori per il futuro genero) come ricompensa per doversi sorbire “finché morte non vi separi” una donna scipita [insipida] e pure laria forti [molto brutta].

Ma la morte era stata pietosa e don Masino scontato lo scotto, aveva recuperato con donna Filomena, una fimmina che aveva tutte le carte in regola, e che carte! Quando arrivava l’estate, i coniugi a braccetto, passeggiavano lungo la via centrale. Donna Filomena con quei vestiti che erano, a malapena, una guarnizione a curve piene e movenze che lasciavano la granita di limone sciogliersi nei bicchieri, trascurati sui tavolini del bar centrale.

Si diceva che, don Calogero, il padre di don Masino, era bastardo di cavaleri [figlio illegittimo], in quanto la madre di lui travagghiava [lavorava] come camiciaia presso u cavaleri Sartorio Bonelli, e cosa facile era che il piccolo Calogero fosse stato concepito nel laboratorio di sartoria… comunque, fatto sta, che don Masino per educazione, aveva levato l’appellativo “bastardo” ed era rimasto cavaliere. E, come un cavaliere va fiero del suo baluardo, così don Masino portava la moglie, donna Filomena, al braccio, salutando a destra e a manca quelli che lo ossequiavano.

Come ogni domenica, Cicciuzzu aspittava all’angolo tra “Tessuti Romano & figli” e “Antico forno Randazzo” con una rosa arrubbata dal roseto della signorina Carfì Michelina, sposata per procura a Vincenzo Calabrò e rimasta vedova prima di vedere lo sposo, in quanto lo stesso, malauguratamente, morì in viaggio mentre era ancora in Germania per un attacco di asma e quindi, lasciò la vedova signorina, nel senso “illibata”.

Taliava [guardava] le lancette lente Cicciuzzu, poi senti il mormorio attorno al bar cessare di botto e capì che stava arrivando.

E spuntò don Masino, con a braccio donna Filomena. La gran fimmina, indossava un vestito azzurro che in quella domenica di maggio la faceva diventare un’apparizione mistica. Cicciuzzu si avvicinò come sempre, guardando fisso quelle labbra rosse che si aprivano in un sorriso che era acqua fresca nell’ora dell’afa.

Don Masino lo guardò con appena sufficienza, essendo il ragazzo luocco, avrebbe fatto na mala fiura [una brutta figura] di marito antico e possessivo a fare scenate in piazza, davanti a tutti. Ma quel luocco gli dava fastidio assai… e se solo avesse potuto, gli avrebbe dato na fraccata [passata] di botte da fargli passare quella voglia di sorridere sempre e di importunare la sua femmina con queste rose di tutte le domeniche.

Cicciuzzu porse la rosa e disse la sua frase di sempre: “pì na Rosa” [a una Rosa].

Donna Filomena come sempre, la portò al naso e senza togliere lo sguardo dai suoi occhi, gli sorrise facendo i fuochi di San Calogero nel cuore di Cicciuzzu.

Fu mentre Cicciuzzu stava per andare che u zu [lo zio] Ignazio Scatà parlò con don Masino, intrattenendolo.

A quel punto, Cicciuzzu tornò verso donna Filomena e disse: “Donna Filomena… se vostro marito muore… ammè vi dovete maritare”.

Donna Filomena lo fissò e con i grandi occhi marroni che ridevano disse: “Cicciuzzu, se tutti i sperti nun fussunu luocchi… i luocchi avissunu picca tiempu pi pinsari.” [se tutti i sapientoni non fossero stupidi, gli stupidi avrebbero poco tempo per pensare].

Cicciuzzu taliau dà scintilla malantrina, ca ri l’uocchi ro culuri ra terra arriminata passau nall’uocchi suoi niviri comu a pici ,e scoppiau a rirri ri na risata ri cori, ficia n’inchinu comu avissi statu ‘ncavaleri, si misi u tascu ri traversu a malantrina e sempri rirriennu sinniu versu o mari.

[Cicciuzzu guardò quella scintilla maliziosa che dagli occhi color di terra arata passò ai suoi occhi neri come la pece e scoppiò a ridere di una risata di cuore, fece un inchino come un cavaliere, si mise il cappello di traverso e sempre ridendo andò verso il mare.]

La gente lo vide passare ridendo: veru è cu è felici o è scemu o è picciriddu... [vero chi è felice o è scemo o è bambino]

Ma non sempre la gente ha ragione… anzi, quasi mai.

m.c.m.