Le bottiglie di vetro

Sbucava, tra i rami storti di un fico selvatico e altri arbusti annodati dal tempo, la vecchia casa senza porta.
Entrai e mi sorprese quella mancanza di vita. L’ombra e la luce giocavano lente con il passare del sole davanti all’uscio nudo.
Solo il rumore dei miei passi, batteva lo scorrere del tempo.
C’era il silenzio dell’abbandono, dentro la vecchia casa. Il niente riempiva le due stanze senza pavimento. Le pareti, dove la calce era venuta giù con le piogge che scendevano tra le travi marce, sembravano chiedere compagnia e ripetevano il rumore dei passi da una parete all’altra, era un’eco sommesso e discreto.
Neanche un topo curioso, un colombo stanco, un gatto padrone di se stesso, anche le ragnatele sembravano rinsecchite come solitari pali di luce senza fili.
Un mondo dove la vita non era mai entrata, dove o forse, non era mai servita, questo credevo mentre gli occhi si abituavano agli spazi e i pensieri frugavano tra le pietre come viandanti curiosi di trovar chiacchiere di paese.
Niente. Cercavo l’ispirazione per raccontare una storia, una volta tornata a casa. Che avrei detto? “Vidi una vecchia casa, senza porta e dal tetto assai malconcio…”
E gli occhi degli altri avrebbero chiesto il resto di una storia, che avrei detto a quel punto per quietare gli sguardi?
Non mi restava che tornare sui miei passi e cercare altrove.
Ecco, non avevo proprio visto quella nicchia nel muro, la nicchia e il suo tesoro. La mente pulsava mentre attenta m’avvicinavo, quasi con la paura che la visione scemasse.
C’erano, nella nicchia scavata nel muro, cinque bottiglie di vetro.
Ogni giorno trascorso, aveva appoggiato sul vetro minuscoli granelli di polvere ma non tanto da impedirmi di vedere il prezioso contenuto.
Incredula, guardavo le bottiglie e avvicinandomi ancora, sorridevo felice.
La prima bottiglia aveva un tappo di sughero che la mano forte, aveva inserito fino all’orlo. La seconda bottiglia era aperta e dentro c’era terra e tempo. La terza bottiglia, aveva un tappo di latta rosso, chiuso e stretto da un arnese adatto. La quarta bottiglia era il capolavoro: un tappo di sughero era rimasto in bilico sul bordo e nel tempo. L’incertezza, la titubanza, della mano che lo aveva appoggiato lì e che il tempo aveva custodito, sarebbe stata fucina di grandi accadimenti. Caduta, forse per la fretta, stava la quinta bottiglia.
C’era, tra i rami storti di un fico selvatico e altri arbusti annodati dal tempo, una vecchia casa senza porta con dentro un tesoro: cinque storie dentro cinque bottiglie di vetro.

 

ph. Giulio Lettica