Le stelle di Minicuzza

Minicuzza era andata a servizio dal barone Mussomeli Gianforma due estati prima, dopo la mietitura. Essendo l’ultima arrivata, a lei toccavano tutte le faccende che le altre non volevano fare, così non arrivava al tramonto che già crollava. Veramente lei dormiva ovunque appena ne aveva tempo; era, il suo, un sonno sempre a debito. Bastava che stesse ferma per qualche minuto, che si appoggiasse a una sedia o al muro della legnaia che le si chiudevano gli occhi e non sognava, non sognava mai. Le altre ragazze la chiamavano Santa Veronica, perché nella chiesa dell’Assunta c’era un quadro dove la Santa veniva raffigurata con gli occhi chiusi.

Quella mattina Annetta, una delle ragazze che aiutavano la signora a vestirsi e a servire a tavola, e quindi una privilegiata, era molto eccitata, sembrava una mosca in cerca di un’uscita. Stavano consumando la scodella di latte con dentro le croste del pane, quando le altre ragazze con evidente curiosità chiesero ad Annetta com’era andata la serata. Lei poggiò la sua scodella sulle gambe, alzò gli occhi al cielo e sospirò: «Non potete immaginare!»

Le ragazze smisero di mangiare e guardarono la loro compagna che aveva avuto un appuntamento galante nientemeno che con il figlio del fabbro. Erano intenzionate a sapere tutto.

Rosetta andava sempre dritta al punto: «Annetta, non farci perdere tempo, ti ha baciata?».

Annetta sorrise, guardò le sue compagne e godette del suo momento di celebrità, poi prese a raccontare: «Ci siamo visti giù ai lavatoi come d’accordo. Quando sono arrivata, lui era già là. Avevo il cuore che sembrava il campanile di San Calogero la notte di Pasqua. Il cielo era pieno di stelle …».

«Cosa sono le stelle?», chiese come un tuono Minicuzza che fino a quel momento era rimasta nel suo angolo come sempre, muta come sempre.

Gli occhi di tutti si puntarono su di lei: «Cosa vuol dire “Cosa sono le stelle”?».

Lei, per nulla intimidita ma forte dell’attenzione ottenuta, rifece la domanda: «Cosa sono le stelle?».

Le ragazze prima si guardarono tra loro pensando che fosse uno scherzo, poi videro che la sua espressione seria e scoppiarono a ridere: «Tu non sai cosa sono le stelle?».

Annetta, contrariata per aver perso l’attenzione delle compagne che sembravano aver dimenticato l’interesse per la sua serata, la rimbrottò: «Sei tutta scema tu. Sei l’unica persona al mondo che non sa cosa siano le stelle. Le dovresti prendere di santa ragione e allora sì che vedresti tutte le stelle».

Le ragazze risero. La risata attirò l’attenzione della signora Felicita, la governate, che entrò subito in cucina e le rimproverò per aver perso tutto quel tempo per la colazione, quindi le mandò ciascuna a fare il compito stabilito. Minicuzza andò a prendere la legna asciutta nella legnaia ma aveva quel pensiero che le ronzava in testa: cosa erano le stelle?

Quando andò nella stalla a portare i secchi per il latte vide don Antonio, il responsabile del bestiame e subito gli chiese: «Don Antonio, cosa sono le stelle?».

L’anziano massaro prima la guardò serio, poi rise: «Minicuzza, ma che vuoi dire?».

Minicuzza sgranò gli occhi: «Stamattina Annetta ha detto che ieri c’erano le stelle. Cosa sono le stelle?».

Don Antonio s’incuriosì: «Tu mi vuoi dire che non hai mai visto le stelle?».

«Nossignore, mai».

«Com’è possibile? Mai?».

«Mai».

«Nelle sere d’estate, quando si sta tutti fuori fino a tardi, tu mai hai alzato gli occhi al cielo?».

«Io la sera dormo, sono stanca e dormo».

Don Antonio si rese conto che quella ragazza secca come una scopa, con le mani rosse e le unghie nere, con quei capelli che uscivano dal fazzoletto per i fatti loro e soprattutto con quegli occhi che sembrava potessero contenere il mondo, quella ragazza, non aveva mai visto le stelle. Respirò e si sentì per un attimo importante, raddrizzò la schiena, tanto che a vederlo da lontano pareva sull’attenti, e cercando le parole giuste disse: «Le stelle sono pezzetti di luce che rimangono nel buio della notte. Tu hai mai visto la notte?».

Minicuzza fece no con la testa. Don Antonio guardò il cielo e spiegò: «Quando il sole fa il giro si va a riposare e arriva la notte che è nera perché il sole non c’è. Non c’è luce, è sempre lo stesso cielo con la luce spenta. Allora spuntano le stelle e la luna. La luna non c’è sempre, quando spunta è una fettina, poi ogni sera cresce fino a diventare una forma di formaggio bianco. Come è iniziata a crescere così si consuma e piano piano diventa sempre più piccola fino a scomparire e ci mette un intero mese da luna nuova a luna nuova».

Minicuzza lo guardava con ammirazione e curiosità. Don Antonio impettito continuava la sua lezione: «Quando la luna cresce si possono raccogliere le canne, si potano le piante, si tagliano i capelli …».

«E le stelle?

«Le stelle sono pezzettini di luce che non fanno la luce della luna ma sono belle a guardarle. Chi conosce le stelle non si perde mai, infatti i pescatori guardando le stelle tornano a casa, perché nel mare non ci sogno segnali, loro sanno come funzionano le stelle e non si perdono mai».

Minicuzza era affascinata, lo sapeva che dovevano essere bellissime: «Ma di giorno le stelle dove vanno?».

Don Antonio non era preparato a rispondere a domande precise e non voleva perdere quella fiducia in se stesso che aveva acquisito: «Che domanda stupida, di giorno le stelle non ci sono, a volte la luna c’è perché fa un giro più lungo e va via più tardi, ma le stelle mai, quelle ci sono solo di notte».

Minicuzza aveva l’aria di una che aveva troppi pensieri: «Che forma hanno le stelle, sono di formaggio pure le stelle?».

Don Antonio rise: «Ma che dici? Prima ti ho detto che la luna piena sembra una forma di formaggio ma non è fatta di formaggio. Le stelle sono come pezzetti di carbone acceso che stanno accese tutta la notte ma la brace è rossa, le stelle sono bianche».

Qualcuno dalla cucina urlò il suo nome e Minicuzza con ancora in testa le stelle andò via di corsa.

Quella sera non avrebbe dormito, voleva vedere le stelle.

Prima di pranzo si alzò un vento forte e gelido. Cominciarono a sbattere le finestre e in un attimo il cortile si riempì di foglie e di rami secchi. Le donne uscirono tutte di corsa per ritirare i panni stesi che volavano come uccelli spaventati, lei fu mandata a prendere altra legna per i camini e per la cucina. Nel pomeriggio venne giù un acquazzone che inzuppò ogni cosa. Minicuzza si bagnò più volte per prendere la verdura che era rimasta fuori, per chiudere la porta del pollaio che si era aperta con il vento, per portare la zuppa di fave agli stallieri. Fece tante volte il giro del palazzo per sistemare la legna nei camini, per prendere gli stivali da lucidare, per mettere i tappeti asciutti davanti alle porte. Non aspettava altro che arrivasse la notte per vedere le stelle e con questa idea lavorava di buona lena.

Quando finì di lucidare la pentola di rame era esausta ma non abbastanza da farle venire sonno. Dalla finestra alta della cucina vide che fuori era buio. La pioggia era meno fitta, ma non aveva smesso. Prese lo scialle di lana e andò fuori con il cuore che le batteva per l’emozione: stava per vedere le stelle.

Fuori c’era solo la pioggia che veniva giù da un cielo nero. Guardò attentamente, niente, c’era solo il cielo nero e la pioggia. Tornò dentro delusa. Don Antonio si era sbagliato, di notte c’è solo la notte e basta.

Il mattino dopo fu più silenziosa del solito e cercò di evitare le altre. Il temporale era passato e si preannunciava una giornata di sole. Come sempre succedeva, dopo la pioggia in casa c’era molto da fare, c’era tutto il fango da togliere dai pavimenti e dalla scala. Quando riportò i secchi nella stalla era stanca e non aveva voglia di parlare. Fu Don Antonio che quando la vide la chiamò:

«Minicuzza a te aspettavo, vieni con me, devo farti vedere una cosa». Don Antonio era così preso dall’euforia della sorpresa che non si accorse di come fosse taciturna Minicuzza che non si era mossa: «Don Antonio, ora ho da fare».

Lui la guardò e disse: «Ci mettiamo un attimo. Che hai? Stai male?».

«Non ci sono le stelle di notte, ieri notte sono uscita, mi sono bagnata ma non ho visto le stelle».

Don Antonio proruppe in una sonora risata: «Ma figlia mia, come facevano a esserci le stelle se pioveva?».

Minicuzza lo guardò senza capire. Lui continuò sempre ridendo: «Quando piove ci sono le nuvole davanti alle stelle e le nuvole sono nere e piene di pioggia, le stelle stanno dietro le nuvole e non si vedono fino a quando il vento non le porta via e allora tornano a vedersi le stelle».

Minicuzza respirò e sospirò, dunque Don Antonio non si era sbagliato. Lo seguì con una ritrovata speranza.

In fondo alla stalla c’era una finestra alta. Don Antonio prese una canna e fece scivolare una cerata scura davanti alla finestra. La cerata era vecchia e alcuni topi l’avevano conciata male. Don Antonio mostrò la luce che passava dai buchi e dai tagli sulla cerata e orgoglioso disse: «Ecco, le stelle sono così».

Minicuzza guardò la cerata e poi guardò il suo maestro di stelle: «Dunque le stelle sono dei buchi nella notte».

«Sì, ma dei buchi di luce, perché brillano».

Quella spiegazione piacque a Minicuzza che tornò alle sue faccende molto più serena.

Il fatto successe subito dopo pranzo, il pranzo dei signori, perché la servitù era ancora occupata a sparecchiare. Tra il barone e la moglie c’era aria di tempesta, lei era andata via di corsa e aveva sbattuto la porta della sua camera con violenza. Il barone si era alzato da tavola, in malo modo e il piatto si era capovolto rovesciando parte di bollito sulla tovaglia. Dopo un po’ si era sentito un botto forte nella camera della baronessa, come di una finestra rotta. Quando la baronessa livida in volto si affacciò sulle scale, la servitù era tutta attenta e preoccupata:

«Venite a pulire. La finestra aperta ha fatto corrente e lo specchio della toilette si è rotto».

Ovviamente tutti si fecero il segno della croce, tutti tranne Minicuzza che stava pulendo la cucina e non aveva sentito nulla, presa com’era dalle sue stelle. Fu Rosetta ad andare in camera della baronessa a raccogliere i pezzettini dello specchio e a riferire poi in cucina che la finestra era chiusa e che la corrente era stata creata dal tiro della spazzola contro lo specchio, tutti si rifecero il segno della croce e Annetta prese il sale e lo versò davanti alla porta.

Il sole era ormai basso quando Minicuzza andò a tirare l’acqua per riempire i catini. Non ci fece caso subito, attenta com’era al secchio e alla corda che era troppo limata, non voleva che si rompesse e che il secchio cadesse nel pozzo. Quando vuotò il secchio e si girò, rimase a bocca aperta. Sul muro accanto al recinto dei maiali c’erano le stelle. Eccole le stelle!

Sorrise e si avvicinò un po’ intimidita. Era uno spettacolo, uno spettacolo meraviglioso! Brillavano davvero!

Minicuzza raccolse tutti i pezzettini di specchio, li mise sul suo grembiule sporco e velocemente li portò nello sgabuzzino del sottotetto dove dormiva. Il sole entrava dalla piccola finestra, lei prese i pezzettini di specchio e li sparse per terra dove ancora, arrivavano i raggi di luce. Adesso sapeva cosa voleva dire essere felice. Lei aveva le sue stelle. Era felice.

Quando il sole tramontò, si addormentò e per la prima volta fece un sogno. Sognò le sue stelle e sognò di volare camminando sulle stelle. Sognò dei fiori profumati e del pane che lei mangiava ma si riformava di nuovo e non finiva mai. Sognò don Antonio su una carrozza e doveva essere sua perché nel sogno era vestito come un signore ed era tutto contento, quando la vide scese dalla carrozza e le mostrò cosa c’era dentro, una grande forma di formaggio, la più grande che avesse visto.

Minicuzza il mattino dopo si svegliò felice. E fu felice anche al tramonto quando tirò fuori da sotto al letto le sue stelle e le sparse dove arrivavano gli ultimi raggi di sole.

Tutti si accorsero del cambiamento di Minicuzza che sembrava un’ape a maggio, ma strana com’era quella ragazza, dopo un po’ nessuno ci fece più caso.

Ogni giorno Minicuzza si svegliava con un sorriso e la sera era il momento che aspettava per tutto il giorno, quando poteva vedere le sue stelle prima di fare i sogni.

La domenica le cuoche facevano il brodo di gallina e la servitù poteva prendere la testa, le zampe e le interiora che avevano un sapore squisito. Toccavano a turno, quindi era una specie di premio che arrivava ogni tanto. Quella domenica era il turno di Minicuzza, anche se quando mangiò, era tutto freddo perché prima doveva finire tutte le faccende. Solo che quella volta avevano un sapore strano, sapore che le restò in bocca per tutto il giorno anche se non gli diede retta presa com’era dalle cose da fare.

Quando tirò fuori le sue stelle, stava proprio male. Aveva un forte mal di testa e i crampi alla pancia non le davano tregua. Si buttò sul letto e si addormentò.

Fu un crampo più forte che la svegliò e prima che si rendesse conto vomitò e vomitò fino a quando credette di aver buttato fuori anche l’anima.

All’improvviso si rese conto di una strana luce che entrava dalla finestra. Pensò di sognare. La puzza era insopportabile, dunque doveva essere sveglia. Andò verso al finestra e l’aprì.

La investì un’ondata di aria fresca e pulita, respirò a fondo ma si sentiva turbata.

Si sporse e … vide il cielo. C’era una forma di formaggio bianco e tante piccole candele accese, minuscole candele dalla luce bianca.

Eccitata scese la scala di legno e uscì. Le stelle! C’erano finalmente le stelle!

Minicuzza sola, con addosso ancora l’odore nauseante del vomito, scalza sul cortile davanti alla cucina, guardava il cielo in quella notte stellata e pianse.

Lei aveva amato le sue stelle, le aveva custodite, ogni sera le sistemava con cura. Le sue stelle erano la fine di ogni giorno, l’inizio dei suoi sogni, erano la sua felicità … ora sapeva che non erano stelle, non lo sarebbero più state.

 

Questo racconto ha vinto il Premio Kaos 2018