Memorie del tempo Covid 19

 

Seconda settimana di quarantena: sto uscendo.

Stamattina c’è da andare a fare la spesa, andare in banca e passare dall’ufficio postale per mia suocera, grande e intensa mattinata, è molto eccitante. Dopo la doccia, guardo con complicità i pantaloni della tuta e le scarpette e penso “Stamattina mi vesto in modo decente”.
Presa da uno spirito decisamente primaverile, apro l’armadio e ne guardo il contenuto. Ho voglia di qualcosa di colorato e voglio mettere i tacchi.
Il vecchio maglione color carta da zucchero, mentre passo la mano tra camicie e pantaloni, mi guarda con affetto: – Mi è sempre piaciuto il tuo ottimismo!
– Dici?
– Sì, sai che quella camicia non si abbottonerà mai lì davanti, ma ti dai sempre la possibilità.
– Amo quella camicia bianca e tornerò a indossarla.
Lui mi guarda e ride.
Il pantalone grigio si intromette: – Spero non avrai voglia di indossarmi, a meno che non hai intenzione di trattenere il respiro per un paio d’ore.
Sempre stato poco incline alla simpatia, il pantalone grigio. Vado oltre e guardo i jeans, mi sembra di non uscire in jeans da una vita. Il jeans chiaro, comprato a Roma mi guarda: – Levace mano, gnà poi fà. Ne parlamo dopo a dieta, se è na’ cosa seria.
– Bene, che vogliamo fare? Collaborate o vi metto nel cassonetto dei vestiti usati?
Il vecchio maglione carta da zucchero ride: – Tesoro, noi possiamo collaborare, mica fare i miracoli. Sono tre settimane che hai scoperto di amare le tute. Tu? Tu ami il fitness come io amo la gruccia di metallo, ma al bisogno ci adattiamo, vero? Però sono tre settimane che dalla cucina arriva sempre un profumo che sembra di vivere accanto a un ristorante. Adesso, apri l’armadio e ci chiedi collaborazione, io posso collaborare quanto vuoi, ti conosco, mi allargo quanto serve ma gli altri sono un po’ tirati per natura, sono fatti così.
Fuori passa una nuvola, dopo ne arriva un’altra. Si è alzato il vento e forse la temperatura non è molto primaverile.
– Sapete che c’è? Ora metto i pantaloni morbidi e il maglioncino nero, con il piumino sopra, per la giornata di oggi va benissimo.
Mi vesto comoda, metto gli scarponcini e vado in bagno: un tocco di fard, un filo di matita, un po’ di rossetto. Mi sento bene e con entusiasmo, apro l’armadio per prendere il foulard rosso.
– Sai, ragazza, mi è sempre piaciuto il tuo ottimismo. – commenta ridendo il vecchio maglione.
– Sai, vecchio maglione, io non ti butterò mai per il tuo savoir-faire, per la tua faccia tosta e per il tuo modo di dire “ragazza”.
Chiudo l’armadio, acchiappo al volo gli orecchini rossi, spruzzo un po’ di profumo sui miei pensieri ed esco.
Forse qualcuno penserà che non sono tanto normale, guardo l’ultimo modello di autocertificazione e manca la voce: “non sono tanto normale”; se la aggiungono metto la crocetta, giurin giurino.

 

Momenti di socializzazione.

Sono in paese, il giro prevede andare in farmacia e al ritorno passare dal supermercato per fare la spesa. In farmacia mi va bene, non c’è tanta fila. La primavera è arrivata e mi accorgo che forse avrei dovuto indossare qualcosa di più leggero, ormai questo è. Il signore davanti a me ci mette un secolo, il farmacista dietro al plexiglass, sembra stia raccontando la storia dei coniugi Pierre e Marie Curie e dei loro battibecchi quotidiani, io comincio ad appannarmi.
C’è caldo, con la mascherina non respiro, mi si appannano gli occhiali e non ci vedo, vorrei tanto togliermi i guanti che mi si sono appiccicati alle mani e dare un paio di sberle a qualcuno, tanto per stabilire un contatto fisico…
In qualche modo, riesco a fare tutte le commissioni e per ultimo c’è la spesa settimanale. Al supermercato, tra gli scaffali, gente indecisa tra essere l’allegro chirurgo o uno della Banda Bassotti, si saluta con circospezione.
Un tale che mi ricorda un giovane Clint Eastwood, riempie il carrello di acqua, solleva con facilità la mezza dozzina di bottiglie da due litri e mi sembra quasi di sentirlo mentre, dietro la maschera da bandito western, pensa: – Quando un uomo con la mascherina incontra uno senza mascherina, quello senza mascherina è un uomo morto.
Una signora mi saluta, la ricrescita mi confonde sull’identità, dallo sguardo capisco che non trova la tinta e aspetta con fede l’apertura di un parrucchiere d’emergenza. Vorrei dire qualcosa, ma se parlo mi si appannano ancora di più gli occhiali, faccio dei gesti con le mani e lampeggio delle parole di conforto con gli occhi: comunicazione non verbale alternativa.
Alla cassa la fila è distanziata e ordinata, canticchio tra me “quarantaquattro gatti in fila per tre…” Qualcuno si passa l’igienizzante sui guanti, qualcun’altro fa dei gesti a una tizia due posti indietro, lei lo fulmina con lo sguardo, sono marito e moglie, ma visto che può entrare solo uno per famiglia, lei fa finta di non conoscerlo mentre lui continua a dirle che non ha preso il caffè. Se non arrivo in tempo alla cassa credo che per pagare aprirò il portafogli e dirò alla cassiera: – Prenda da sola i soldi, io non li vedo.
Scosto la mascherina sperando di passare inosservata, faccio un respiro lungo, sono ormai a un passo del rullo, posso farcela, tiro giù la protezione contro il virus cattivo e quasi in apnea sistemo la spesa sul rullo. Pago, arraffo il resto che scivola tra i guanti. Prendere le monetine con i guanti sembra uno di quei giochini scemi che facevamo alle elementari, vorrei andarmene ma ormai il tale, quello del caffè, sta aspettando che gli lasci il posto e comprendo che fa il tifo per me.
Finalmente riesco a farmi appiccicare ai guanti le monetine, le butto dentro la borsa ed esco, mi sembra, in piena Valpadana a gennaio. Abbasso la mascherina, aspetto il diradamento della nebbia e vedo la mia macchina: è finita.
Non mi sto lamentando, è solo la cronaca di un momento di socializzazione.

 

Strani individui da film.

La spesa va rigorosamente sistemata nel bagagliaio con i guanti, guanti che verranno buttati nel cestino appena finito di incastrare tutto quanto nel cofano della mia “due tazze”, la Smart. Mentre sistemo l’acqua, noto accanto a me una Fiat Panda con dentro un ottantenne che ha le entrambe le mani guantate sullo sterzo e guarda avanti. Sembra uno che aspetta il complice che uscirà di corsa dalla banca con la refurtiva. Ogni tanto guarda lo specchietto retrovisore, senza staccare le mani dallo sterzo. Continuo a sistemare le buste, senza fretta, voglio vedere la partenza con la sgommata.
Sono arrivata alla fine e il mio carrello è quasi vuoto. Il tale guarda dallo specchietto, apre la portiera e scende di corsa.
Dal supermercato esce una signora anziana, è esile, con una coroncina di bianchissimi capelli corti, attorno al viso minuto, avanza facendo passetti piccoli e veloci. La nostra Bonnie regge una busta per mano, sembrano leggere, sono piene meno della metà. Clyde la raggiunge di corsa, le leva le buste dalle mani e torna verso la macchina, apre il cofano e sistema tutto velocemente. Nel frattempo Bonnie ha raggiunto la macchina, Clyde apre la portiera posteriore, aspetta che lei gli dia i guanti poi va a gettarli insieme ai suoi. Tornato alla macchina indossa un altro paio di guanti, poi si mette al posto di guida. Dà un’ultima occhiata alla compagna, ingrana con calma la retromarcia e dopo Bonnie & Clyde, mi sembra di vedere “A spasso con Daisy”.
Che spettacolo è l’umanita!