Via Castellana

Era la primavera del 1963, il 18 aprile del ’63 e io nacqui qui, in questa via, nella casa che aveva costruito il mio bisnonno. Nacqui nel lettone dei miei genitori, la camera da letto aveva un bel balcone fiorito, è quello che si vede nella foto che a distanza di decenni rimane fiorito. Nel piano terra della casa c’era la bottega di mio nonno. Via Castellana era, stranamente, una strada abitata da single, una volta si chiamavano zitelle, quelle di via Castellana erano religiosissime, per lo più erano sorelle che avevano deciso(?!? chissà come erano andate veramente le cose) di non sposarsi e di stare nelle loro case accudendosi a vicenda, in pratica era una strada abitata solo da donne, a parte le ultime due case, in fondo alla via dove abitavano due silenziose e compite famiglie.
Quel pomeriggio di aprile piovigginava e quando, forte e chiaro, si sentì il mio primo vagito, tutta la via sembrò fermarsi.
C’erano già, tutti i presupposti per scrivere una bella storia 🙂

 

Via Castellana, parte seconda.

La prima traversa a sinistra di Via Castellana è Via Pacetto, una stradina che finiva con i gradini che portavano allo stretto passaggio sopra al torrente, adesso all’ampio parcheggio. Il portone di casa Vanasia, la casa del mio bisnonno era proprio su Via Pacetto, dopo di noi c’era la grande casa della signora Erminia che non riesco a ricordare bene, ricordo che era una signora sola, aveva un figlio che viveva a Bologna e veniva ogni anno per le ferie estive, quando il sole scaldava i muri delle case e nelle prime ore del pomeriggio il paese tutto dormiva all’ombra di qualcosa. Il figlio della signora Erminia aveva un bambino di poco più grande di me, Giorgio, era il mio compagno di giochi sui gradini della casa, giochi inventati che finivano sempre con una corsa sulle “cuticchie” lucide. Quell’estate Giorgio mi regalò una palla pazza e mi disse che sarebbe venuto a riprenderla l’anno dopo. Tenni quella pallina di gomma per anni, la signora Erminia si trasferì a Bologna dal figlio e la casa fu chiusa e poi venduta. La pallina di gomma rimase in attesa di rimbalzare su qualcosa e poi si perse pure lei. Dopo la casa della signora Erminia, c’era a gnà Giorgia.
A gnà Giorgia era una vecchina vestita di nero e curva, aveva un visetto dalle guance colorite, occhi azzurri e folti capelli candidi raccolti in una crocchia. A gnà Giorgia aveva in quel basso, sotto la casa della signora Erminia, una putìa, una merceria. La mattina apriva le imposte di legno azzurro chiaro dove stavano attaccati grembiuli bianchi per l’asilo, quelli neri per le elementari, qualche sottoveste di acrilico con il pizzo come guarnizione, le calze di nylon, dei centrini che lei stessa faceva e piccoli telai e quadretti da ricamare a mezzo punto. Dopo la porta a vetrina dai vetri sottilissimi che tintinnavano con il vento, si salivano due gradini e ci si trovava nella merceria. Ai lati, scaffali dello stesso azzurro, ricoprivano le pareti, scatole e scatoloni pieni di cose che sapeva solo lei, ma non tentennava mai, aveva tutto e sapeva dove trovarlo: lana, filo da ricamo, bavette per neonati, pigiami e tute da ginnastica (quelle di una volta, blu scuro con le righe bianche ai lati, pesanti e totalmente inadeguate per fare qualsiasi movimento ginnico, si attaccavano alle gambe come i leggings riscaldanti anticellulite, l’idea sarà venuta da là), reggiseni e biancheria intima, canottiere bianche per uomo e maglie e mutandoni di lana (gli uomini di una volta erano duri fuori, ma sentivano tanto freddo, altro che mocassini senza calzini), insomma bastava chiedere e a gnà Giorgia vi dava ciò che cercavate. Al centro della putìa, c’era un lungo bancone in legno con sopra un porta spagnolette con i fili di tutti i colori, spagnolette tre cerchi, mia nonna mi raccomandava sempre: – Fatti dare solo quella tre cerchi, che l’altra, quella che tiene nel cassetto, il filo è scarso e si spezza sempre.
Sul bancone c’era di tutto, passamaneria di pizzo, elastici e bordini di raso che a richiesta, misurava sul bordo del bancone dove le tacche segnavano i centimetri. Mia nonna quando comprava i nastrini le diceva: – Se lo tirate ancora si spezza.
Quando a gnà Giorgia misurava sulle tacche del bancone tirava sempre al massimo per guadagnare quei millimetri preziosissimi.
Dietro al bancone, c’era un pannello in legno azzurro dove stavano appesi altri articoli. Il pannello era un separè, dall’altro lato c’era l’abitazione. A gnà Giorgia viveva là, era casa e putìa. Dietro al separè, c’era un tavolo dove era appoggiato un fornello, sotto la bombola del gas, accanto una credenzina, credo un armadio, nella parete di fronte il letto a una piazza. Il letto era quello che attirava tutti noi bambini.
A gnà Giorgia era vedova, il marito era morto tanti anni prima. Quando aveva fatto il funerale al marito, chissà per quale strano motivo, lei aveva comprato due bare uguali, una era servita per il defunto, l’altra in attesa di essere utilizzata per lei, quando a Dio fosse piaciuto, era sotto al letto dove lei dormiva.
A gnà Giorgia dormiva sopra la sua bara. Il locale, come avrete capito, non era grande e a gnà Giorgia aveva sfruttato ogni angolo per la sua attività, così anche la bara serviva come ripostiglio. Noi monelli aspettavamo di beccare la cliente che cercava quell’articolo che non era tanto richiesto. A gnà Giorgia alla richiesta rispondeva: – Aspittassi n’mumentu.
Andava nel retro e tirava fuori da sotto il letto, la bara, rovistava e trovava ciò che sapeva di avere.
Quella bara li legno lucido che si vedeva da sotto le coperte corte, era per noi un’attrazione sulla quale potevamo inventare mille storie.
A gna Giorgia morì ultranovantenne, come la maggior parte delle abitanti di Via Castellana, e i figli dovettero comprare una bara nuova perché quella sulla quale aveva dormito per decenni era mangiata dalle tarme.

Questo era un altro personaggio di quella via, non potevo nascere in un posto migliore, ve lo assicuro.

Scicli “-Via Castellana.
(foto di Laura Vaccaro per I love Scicli)