27 Marzo 2020

Abbiamo tutti l’obbligo della memoria: riportare, domani, immagini e gesti che rimarranno unici nella storia.
Non mi riferisco al fatto di conservare foto, selfie, file, abbiamo l’obbligo di conservare le emozioni, la paura, la speranza, il timore, la fede, la ricerca di un’unità di fronte a un virus che non conosce confini, non riconosce i personaggi famosi, i potenti. Un invisibile virus davanti al quale tutti gli uomini sono uguali, senza differenze di stato sociale, lingua, religione, luogo di appartenenza.
Abbiamo l’obbligo della memoria di un venerdì sera, di un uomo, uno dei potenti, solo; di una preghiera corale, mondiale, una preghiera di dolore immane e di speranza; di un cielo di pioggia su una città vuota, con il suono di sirene di ambulanze e di campane; di una benedizione ai quattro angoli del mondo per chi crede, per chi spera, per chi guarda il cielo è gli dà un nome.
Un uomo, non più giovane, zoppicante, cammina sotto una fitta pioggia chiedendo pietà al cielo mentre tutto il mondo segue il suo cammino e trattiene il respiro.
Viene giù il cielo davanti a un Cristo di legno.
Siamo sulla stessa barca e piove e i morti sfilano nei mezzi militari.
Siamo sulla stessa barca e facciamo fatica a cercare un cielo sereno, un pensiero bello, un sorriso coraggioso… ma quell’uomo da solo, camminava lento, zoppicando, con un cielo che bagnava anche il Cristo di legno… ha benedetto anche me.
Fuori dalla mia finestra, dopo la pioggia, il sole si scioglieva nel mare mentre le nuvole arrossivano di tramonto.
Siamo sulla stessa barca, si chiama mondo e io ho voglia di un cielo sereno.
Ho l’obbligo di avere memoria di tutto questo.