La farina del mugnaio

Che ho da dirvi se non la verità? Questi furono i fatti.

Eravamo arrivati in questa parte di Toscana, io e mio marito, un paio di mesi prima. La casetta, due stanzette e una luminosa e ampia cucina ci garbò subito, anche se un po’ fuori dal paese, era infatti, verso il sentiero che portava al bosco. La gente, come si sa da quelle parti, ci accolse cordiale e ospitale. I vicini ci dissero che a un chilometro o poco più, oltre il mulino, c’era una sorgente d’acqua che era davvero buona da bere e per cucinare certi legumi. In effetti, era per davvero come si diceva. Mio marito così, prese ad andare, ogni paio di giorni, a prendere l’acqua con due damigiane. Era passata manco una settimana che arrivò a casa portando insieme all’acqua un cartoccio di farina. Mi disse che era un regalo del mugnaio. Spolverai la giacca che s’era sporcato al mulino e feci le mie cose come da sempre. Nel giro di due settimane, la farina, aveva riempito più della metà della scatola di legno e allora la travasai in una grande boccia di vetro. Acqua e farina non mancarono mai.

Ieri l’altro, il mugnaio passò proprio qua davanti, m’affacciai e lo salutai allegra agitando la mano. Rispose al saluto, il buon uomo, e nel fermarsi, le cocche dei sacchi s’allentarono. Mi parve cortese uscir di casa e recare aiuto, se fosse servito. Sicchè si cominciò a parlare. Vi potrebbe trarre in inganno questo parlare, ma quella, era la prima volta che vedevo il mugnaio.

Il buon uomo mi raccontò che doveva portare con urgenza un sacco di farina al fornaio ma, avendo avuto dei guai al camioncino, s’era caricato il sacco sulle spalle ed ecco c’avea preso la strada più corta, passando per l’appunto sotto casa mia. Per tutta la farina che gentilmente mi mandava con mio marito, mi pareva da maleducata, non offrire qualche parola di grazie e di convenevole.

Quando il mugnaio andò via per la sua strada, mi lasciò i saluti per mio marito e una ciotola colma di farina. Risposi al buon uomo, che appena mio marito sarebbe tornato dalla sorgente, avrei dato i suoi saluti. I fatti andaron proprio così, uno dietro l’altro.

Fosse passata un’oretta, ora non ricordo proprio bene, mio marito tornò con le due damigiane d’acqua ben colme e con il cartoccetto di farina. Gli feci un caffè e gli chiesi di farmi compagnia mentre facevo il pane. Lui amabilmente, s’accomodò sulla seggiola, a lato del tavolo, e prese a discorrere di tante cose.

Io presi la farina che aveva appena portato e insieme a quella che avevo già, feci un monticciolo al centro del tavolo di legno, vi feci una buca con la mano e ci misi il sale, mescolai per un po’ e quindi versai l’acqua tiepida con dentro il lievito sciolto. Impastai con energia come sa’ da fare e feci un pane. Tutti sanno che il pane va sbattuto per dar sostegno al lievito.

Mio marito s’accese una sigaretta e guardava oltre la finestra, il bosco.

<<E’ passato il mugnaio poc’anzi.>> dissi.

SBAM! Fece il pane sbattendo con forza sul legno del tavolo.

Mio marito sobbalzò, tanto che dovette chinarsi a raccogliere la sigaretta da per terra.

Gli sorrisi: <<Il pane deve essere sbattuto per diventare buono.>> Ripresi a impastare di polso.

Lui tornò a fumare ma stavolta sedette ben dritto sulla seggiola.

<<Brav’uomo il mugnaio! Mi diede la farina che ho unito a quella tua.>>

SBAM! Rifece il pane. Sobbalzò, mio marito.

<<M’ha detto il mugnaio, di darti i suoi saluti.>>

SBAM! Fece il pane. Restò immobile mio marito.

Sorrisi: <<Va’ che adesso metto il pane a lievitare e facciamo una passeggiata insieme.>> E così andò. Feci due belle pagnotte, le coprii con un canovaccio pulito e con una copertina leggera e uscimmo. Presi mio marito sotto braccio e andammo fino al paese. Io raccontai di quando ero bambina e vedevo mia nonna fare il pane e di come erano belle certe feste di famiglia. Lui ascoltava, immagino, molto preso dalle mie storie, zitto m’ascoltava e non diceva nulla. Si tornò verso casa senza fretta. Entrammo in cucina e accesi il forno al massimo della temperatura. Mio marito, per il gran caldo, andò fuori a fumare.

Dopo un’ora buona, due magnifiche pagnotte dorate erano in bella mostra sul tagliere. Il profumo del pane appena sfornato, dicono, sia il profumo degli angeli. C’era un gran senso di pace, e se ve lo dico, era per davvero così. Chiamai mio marito e offrii a lui il primo boccone. Avevo già preparato un bicchiere di vinello che lui però, bevve per prima, prima di mangiare il pane. Si sedette sulla seggiola e morse la fetta di pane che gli diedi.

<<Ma il mugnaio, ha mica un fratello?>> chiesi, tanto per dire qualcosa.

Mio marito, con la bocca piena, rispose: <<Non lo so, come faccio a saperlo? Non mi hai mai parlato di un fratello, ma a te cosa importa?>> e, per inghiottire meglio, si versò un altro bicchiere di vinello che buttò giù, lungo la gola, velocemente.

Gli diedi un altro pezzo di pane e guardai il bosco oltre la finestra della cucina: <<Mah, era un mio pensiero. Il mugnaio mi disse che non t’aveva mai dato della farina, sicchè pensavo avesse un fratello.>>

Fu in quel preciso momento che, mio marito, buonanima, si soffocò. Quel pane fatto con amore e non vi posso dire quanto m’era venuto buono, gli rimase in gola. Poverino, annaspò, tossì, divenne dapprima rosso e poi sempre più scuro. Gli versai pure da bere, trovarono il bicchiere pieno a metà sulla punta del tavolo. Andai a cercare aiuto, possono testimoniarlo i vicini che mi sentirono gridare.

Ora, signor maresciallo, voi potete dire quello che volete, con tutto il rispetto, ma Dio bonino, vi giuro sul mio onore di cornuta, che se avessi voluto uccidere mio marito, lo avrei fatto in modo molto più ordinato. Avrei potuto usare certi veleni per ratti che avrebbero fatto il loro dovere dandomi il tempo di prendermi la giusta vendetta. Avrei potuto vederlo, che tra un patimento dolorosissimo e l’altro, ammettere la colpa e chiedere perdono. Invece così, è stato un attimo, poverino non s’è reso neanche conto, un minuto prima respirava e il minuto dopo era già morto, buonanima! Suvvia, signor maresciallo, non avrei mai ucciso mio marito con un pezzetto di pane e poi, come facevo a saperlo che gli si sarebbe fermato in gola? E per quanto mi conosco, aggiungo, che la moglie del mugnaio che ora m’accusa, avrebbe avuto una sorte ben peggiore. Ma, se l’intenzione è una colpa, sono colpevole: arrestatemi. Questi sono i fatti accaduti, così come ho detto, per davvero.

E fu davvero così che parlò l’Agnese. Fu interrogato il medico che non pote’ che non confermare la morte per cause naturali. Insomma, non poterono accusare nessuno. L’Agnese che allora aveva una trentina d’anni, proprio in quella cucina aprì un forno e si mise a vendere il pane. Si diceva che il suo pane fosse il più buono che s’era mai mangiato per via dell’acqua che aveva delle proprietà particolari. La farina però, veniva da un altro mulino poiché, dopo quel fatto, si vide il mugnaio sprangare tutto e andar via. Mentre la moglie del mugnaio, si disse, prese la corriera il giorno stesso che l’ascoltarono al processo.

Adesso Agnese ha quasi settantanni e continua a vendere il suo pane a tutto il paese e non è raro che una donna, guardando il proprio marito dritto negli occhi, dica: <<Bada a te, che è il pane dell’Agnese>> e capita che il marito prenda dei bocconi piccoli e li mastichi a lungo.