Ciascuno ha, dentro di sé, dei monaci tibetani…

Dunque, è andata così.
Era passata la mezzanotte e lei, aveva deciso di partecipare al concorso che scadeva solo il giorno dopo, il mantra è sempre lo stesso: “ce la possiamo fare“.
Dopo l’una di notte e dopo un giorno denso e intenso, capita che pensieri e azioni non comunichino proprio benissimo, quindi, preso il file, corretto il file, poi, si salva, “tanto domani lo stampo e lo spedisco… ce la possiamo fare”.
La mattina dopo, tempo che coincide con la scadenza del concorso, basta accendere i due pc e prendere il file… basterebbe solo ricordarsi dove si è salvato.
Il file sembra protetto dal Pentagono in persona, ammesso che possa diventare una persona alla Bruce Willis, insomma, in parole disperatamente povere: non c’è.
C’è il vecchio file, quello non corretto, nell’altro pc.
A questo punto, mentre le lancette si inseguono come nei migliori gialli, con l’inesorabile ticchettio, lei pensa che meglio di niente: ricorreggerà il vecchio. D’un tratto: “no, sono sicura che c’è e lo troverò”.
Google manda un sottotitolo: non seguire il tuo istinto ricorda dove ti ha portato.
Lei ignora i consigli non richiesti e si concentra nella ricerca.
tic tac… tic tac… tic tac…
Sullo schermo del computer spento, appare la scritta: NON PERDERE TEMPO, CORREGGILO E STAMPALO.
Lei non ha mai avuto in simpatia gli imperativi, ignora anche quell’avviso.
Forse, mosso a pietà, o “qualcunodevepurfarlo”, uno dei santi che conosce il sistema binario, entra nel sistema operativo del pc e mette il file proprio dove doveva essere.
Ovviamente, lei: “e che ci voleva, vedi che le cose si trovano!”
tic tac… tic tac… tic tac…
Stampa! Ok.
Ora, basta allegare: la scheda di partecipazione, il curriculum, e la sinossi.
“ce la possiamo fare”
La scheda di partecipazione c’è, i due fogli già compilati e scannerizzati, due fogli… perché c’è solo un foglio?
Il secondo foglio non c’è, cioè non c’è al momento, ma prima c’era.
La calma tibetana comincia a vacillare, “DEVE ESSERCI”, pensa in maiuscolo, mentre un branco di scimmie urlatrici si prepara a fare il loro ingresso.
Visto che il Santo di prima era ancora nei paraggi, si trova anche il secondo foglio.
Bene, arraffa i fogli, scarabocchia l’indirizzo su un pezzo di carta volante e va verso l’ufficio postale.

Ore 12:50, orario locale.
La sua entrata nell’ufficio giallo e blu non è molto elegante, ma d’impatto sicuro. I fogli in una mano, la borsa nell’altra, il biglietto con il numero preso dall’eliminacode da qualche parte e il pizzino con l’indirizzo, ben stretto in qualche altra mano d’emergenza.
– Per favore, una busta mezzo foglio.
– Mi dispiace non abbiamo buste, deve andare in cartoleria.
“ormai siamo qua, possiamo farcela” “ce la possiamo fare”
Lei esce con lo stesso passo elegante di un sergente dei marines in astinenza da caffè.
La cartoleria è proprio vicinissima all’ufficio postale, che ci vuole!
Ci vuole che proprio l’ultimo giorno del mese, il gestore ha deciso di anticipare la chiusura. Magari, il buon uomo, avrà pensato: – Chi vuoi che venga dieci minuti prima delle tredici? Mica vendo cose indispensabili? Buste per spedire documenti per i concorsi… alle tredici non si vendono di sicuro.
Più avanti, all’inizio della strada c’è un bar tabacchi che è sempre aperto, avrà pure una busta mezzo foglio?
Passo veloce e deciso.
Dentro di lei, monaci tibetani suonano i campanellini per scacciare i pensieri negativi, o forse gli uragani… comunque scacciano.
In cambio di quindici centesimi, la signora del tabacchi le dà la busta mezzo foglio.
Trovare quindici centesimi nella borsa, mentre tutte le mani sono occupate è qualcosa di mistico.
Nello stesso momento, un monaco tibetano si è dato alla musica reggae.
Ore 13:15, orario locale.
Lei, con la finalmente busta mezzo foglio, conquista la base, tutte le mani reggono qualcosa di importante e lei è dentro l’ufficio postale: ha tutto.
Chiamano proprio il suo numero, lei: – Passate pure avanti, devo scrivere l’indirizzo.
L’impiegato, lo stesso di prima, la guarda come chi sa di far parte della storia, come chi, presa la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, appena vergata, in quel caldo luglio del 1776, la passò di mano.
Lei: – Mi presta la penna?
Lui: – Certo.
Lei: – Questa busta parte oggi, vero?
Lui: – No.
Lei: – Come no?
I monaci tibetani, raccolgono le loro cose e spariscono, si dissolvono.
I tagliatori di teste intonano il loro canto tribale e danzano attorno al fuoco.
Lei: – DEVE partire oggi, o per lo meno, deve avere il timbro che provi che io ce l’ho fatta ad arrivare in tempo.
Lui: – Certo, avrà il timbro di oggi, garantito.
Lei, tra: tibetani, tagliatori di teste, timbri e tic tac… sbaglia indirizzo.
“non è possibile! stracazzarola da dove mi è venuto in mente: via Monte Santo?”
– Senta, non è che si trova una busta, per sbaglio?
– Ha sbagliato a scrivere qualcosa?
– Sì, non posso correggere l’indirizzo, e andare a prendere un’altra busta…
A questo punto, l’impiegato fa un giro su se stesso, si strappa la camicia e sotto, ha la tutina attillata di Superman: – Ci attacchi sopra questo, è quello che usiamo noi per scrivere sui pacchi.
La busta gialla ha un bel rettangolo bianco con sopra l’indirizzo giusto.
Lei, è una che ha appena terminato la maratona di New York, ed è la prima. Porge la preziosa busta gialla con una bizzarra striscia bianca, all’impiegato, ormai vecchio amico e: – L’attacca lei?
Lui regge la busta, consapevole del valore, e la porta dal collega per chiuderla con la colla.
– Quanto pago?
Lui pesa la busta e dice: – Due euro e sessanta.
Lei sa che avrebbe voluto aggiungere: “e la porto io a destinazione e la consegno a mano” ma a volte non è necessario specificare.
Bene, anche questa volta: “ce la possiamo fare”.

Certo, avrei potuto pensarci prima, organizzare tutto con calma ma non avrei avuto niente da scrivere e i tibetani sarebbero morti di noia.