Elena intrecciava fiori di sale

Scendeva ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese dell’anno, a piccoli passi leggeri, senza rumore. Raggiungeva la salina, sempre la seconda, salutando con un cenno di capo e un sorriso chiunque incontrasse e prendeva a cantare sottovoce arie di opera lirica.

D’inverno, il vento del mare sferzava gli ulivi intrecciandone i rami, fino a piegarli. Quegli alberi solitari posti a guardia del tempo, avevano l’aspetto di strane creature. Tra i secolari tronchi grigi, avvinghiati alla terra brulla, forti nel loro esistere nonostante tutto, lei, avvolta nei suoi scialli e con i mezzi guanti, diventava una macchia scura in lento movimento come in un quadro di Monét.

Quando scendeva, il secchio di legno vuoto, seguiva il movimento aggraziato del braccio, mentre al ritorno, batteva il tocco del passo sulla gamba. Elena mormorando arie famose, ogni giorno, apriva il cancello di legno della seconda salina, guardava le bianche colline di sale coperte di tegole d’argilla e sceglieva con cura il mucchio dal quale avrebbe preso il suo sale. Non riempiva mai il secchio. «Poco più della metà», diceva ad alta voce come a ricordare un patto e richiudendo il cancello di legno prendeva la via del ritorno.

C’erano le piccole case dei pescatori dietro al molo vecchio, fatte di pietre levigate dalla fatica e rese silenziose dalla pazienza dell’attesa. Ormai nessuno abitava quell’angolo senza parole. Elena viveva lì, nella casa che aveva la porta di fronte agli scogli dove ogni sera il sole finiva il suo viaggio.

Elena intrecciava fiori di sale.

Prendeva i grani di sale bianco e lucido e un pugno alla volta li metteva nel mortaio di pietra, poi li pestava con movimenti lenti. Non aveva bisogno di guardare i granelli sminuzzati, sapeva già quando era pronto e d’un tratto, smetteva di pestare. Si alzava e metteva in un piatto di argilla quei cristalli bianchi, preparava la ciotola con l’acqua e la ciotola con l’albume montato a neve, soffice e bianco come una nuvola estiva.

Gli steli senza spighe già asciugati dal sole erano a gruppetti di tre, legati dal filo che i marinai lasciavano lungo il molo.

Seduta sulla seggiola di paglia, batteva con la punta del piede il tempo dell’aria che via via le veniva voglia di cantare e guardava, dalla porta aperta, il mare che benevolo la ascoltava senza mai tradirla, senza mai mancare all’appuntamento.

Piegava la testa di lato e sorrideva al suo pubblico, a volte schiumoso, a volte languido e calmo. Mentre lo sguardo seducente si posava sullo scoglio, il primo a destra, le mani lavoravano quei petali che profumavano di mare.

Prendeva forma quel fiore tra le sue mani come se le note di Puccini fossero diventate bianchi, minuscoli granelli di sale, come se fossero state sempre granelli di sale e lei li avesse solo raccolti.

Sorrideva Elena e poi abbassava lo sguardo, quasi intimidita dal fedele scoglio che con immutato e devoto amore, la ascoltava sempre. Intrecciavano le sue mani quei fiori agli steli e lo sguardo di donna felice si perdeva tra la folla che arrivava a lambire la banchina vuota.

I turisti compravano i suoi fiori di sale. Lei non parlava mai, porgeva loro i mazzetti di fiori e, piegando leggermente la testa come un gentile inchino, ringraziava con un sorriso. Stranamente nessuno insisteva per farla parlare, andava così.

Gli occhi di Elena color cielo sbiadito splendevano d’amore, di un amore dolce mai consumato, di quell’amore che è attesa e desiderio, forse questo bastava a chi non chiedeva parole, o aveva timore di mancar di rispetto a quel modo di mostrare un palpito con pudore.

Quel giorno di fine estate il sole aveva gettato le sue pietre preziose in quell’angolo di mare che brillava di una luce accecante. Elena con il suo cestino di fiori di sale andava verso il porto nuovo. C’era già tanta gente e lei guardò orgogliosa i suoi fiori. Anche questo sarebbe stato un giorno sereno pensò guardando i bambini giocare.

La strada verso il porto nuovo era piena di negozi colorati, Elena amava le vetrine piene di cose, i manichini vestiti con abiti meravigliosi, e ne immaginò i profumi. Più di ogni altra cosa amava sentire i profumi delle persone.

Quel profumo sicuramente era uno dei migliori che aveva sentito negli ultimi tempi; la signora elegante, giovane, lo portava quasi senza rendersene conto. Elena avrebbe voluto fermarla per sentirne ancora la fragranza, ma la signora era già andata via tra la folla.

Sorrise, quel profumo l’aveva messa di buonumore. Inspirava lentamente l’aria come a cercare di imprimerlo bene nella mente.

Era quasi arrivata al suo solito posto, la panchina di pietra a ridosso della tonnara. Era un angolo riparato dal vento e quando stava seduta lì, poteva osservare la piazzetta e le barche che entravano e uscivano dal porticciolo.

Mentre attraversava la piazzetta, ancor prima di vedere la giovane donna, sentì nell’aria quello che ormai era il suo profumo preferito, sorrise socchiudendo gli occhi.

Non capì cosa stesse accadendo. Fu un attimo o forse meno di un attimo.

Quanto è lungo un attimo? Il tempo di un respiro?

Cosa può succedere in un attimo, in un tempo così breve?

Elena sentì qualcosa spingerla con forza, ma non capì cosa. Preoccupata per il suo cesto di fiori che era volato via e stordita per quel profumo che ora sentiva forte e intenso, non si rese subito conto di cosa fosse successo. Poi, dopo un tempo che le sembrò dilatato, vide le sequenze come fotografie, una dietro l’altra.

Il signore con la bicicletta le era venuto quasi addosso. Con il braccio aveva urtato il suo cesto che era caduto più avanti. Lei aveva perso l’equilibrio e sarebbe caduta se la giovane donna, quella che aveva il suo profumo preferito, non fosse stata così vicina e pronta a sorreggerla.

Il signore si era fermato e, assicuratosi che lei stesse bene, era andato a prendere il cestino con i fiori ormai spezzati. I petali schiacciati erano piccole macchie bianche sulle pietre della piazzetta. L’uomo continuava a chiedere scusa ma lei non lo sentiva più, guardava la donna. Senza dire nulla, prese il cestino con quello che restava dei fiori e andò a casa. Non vide le vetrine, non sentì altri profumi.

Arrivò a casa come se avesse attraversato un deserto. Posò il cestino sul tavolo e guardò dalla porta aperta, il mare.

Rivide la donna giovane ed elegante. Sentì la voce della donna spiegare a un uomo, che “quella povera vecchia non aveva visto la bicicletta”. E rivide quello sguardo di pietà. La rivide ancora guardarsi la mano che l’aveva sorretta e poi pulirsela.

Rivide quella scena ancora, e ancora, e ancora… Guardò il mare e vide il mare.

Non fece fatica a guardare il suo scoglio, corroso dalla pietà delle onde e del vento. Non sarebbe stato più come prima.

Le sue mani tremavano un po’ mentre si infilava l’abito più bello che aveva. Raccolse i suoi capelli bianchi e stopposi in una crocchia male fatta. Si mise la collana di grosse perle finte. Nel cesto grande c’era un gran mazzo di fiori di sale, li prese tutti. Era l’ultima replica.

Uscì, ma rimase davanti alla porta, scalza, tenendo il mazzo di fiori con entrambe le mani, come fossero rose rosse dal lungo stelo. Guardò il mare, il suo pubblico, ne riconobbe perfino alcuni, quelli più assidui. Poi guardò l’uomo che aveva amato con tutta se stessa, fermo, immobile sempre in prima fila, con il suo sguardo innamorato. L’uomo che l’aveva sostenuta sempre, che l’aveva fatta sentire importante regalandole tutti quei fiori. Già, i fiori che adesso teneva in mano erano quelli che lui le mandava ogni sera.

Li annusò, profumavano di mare perché non erano rose. Il pubblico svanì. Gli occhi non riconobbero neanche il suo uomo. Aveva gocce di mare negli occhi, gocce salate, gocce pungenti. Strinse disperatamente i fiori al petto sperando ancora di sentirne il profumo.

Non si era accorta di avere il cuore così lacerato, lo capì quando i fiori di sale toccarono il suo cuore. Il dolore fu acuto e insopportabile. Sale sulla ferita aperta.

«Hanno trovato la vecchia pazza morta davanti a casa sua».

«Cantava sempre e faceva i suoi fiori di sale».

«Era vestita elegante, aveva pure una collana di plastica, chissà chi si credeva di essere!».

«Poverina, non faceva male a nessuno, viveva in un mondo suo».

 

Primo Premio Concorso Letterario Pentélite anno 2015, Sortino (Siracusa)

Primo Premio al Concorso Letterario Kaos 2019, Sambuca di Sicilia (Agrigento)