25 settembre, più o meno, alle tre del pomeriggio.

Quell’anno l’autunno cominciò il venticinque settembre, più o meno alle tre del pomeriggio.

L’estate era stata turbolenta, picchi di caldo e improvvisi acquazzoni, il vociare di quella stagione dai sapori dolci e salati senza mezze misure.

D’un tratto, quel venticinque settembre, poco prima di mezzogiorno, calò il silenzio. Era un silenzio di quelli con un prima e un dopo, difficile da spiegare. Occorreva un’attesa vuota, per contenere paura, speranza, incertezza, eccitazione; troppe cose per contenere anche suoni. La polvere attutì il tempo che passava, rallentandolo quanto più poteva. La terra trattenne il respiro e si asciugò ogni goccia di pensiero. Era una specie di terra di mezzo tra il forsennato rumore estivo e… e quello che sarebbe venuto dopo.

Gli uomini hanno bisogno di regole per confermarle, dopo, o smentirle gloriandosi di averlo fatto. Le stagioni non ascoltano gli uomini, arrivano e mutano a una certa ora di un certo giorno.

Era il venticinque settembre ed erano più o meno le tre del pomeriggio. L’autunno, fermo sul ponte, rimase un po’ ad osservare le due sponde, l’estate che si attardava e… quello che sarebbe venuto dopo. Una fitta nebbia di incertezze impediva di capire cosa sarebbe successo. Mosse il primo passo e si avviò. Lentamente, attraversò il ponte sul tempo, e fu autunno.

L’autunno è una stagione intima, arriva da dentro e cambia le cose. Bisogna fidarsi di una stagione che non ha certezze, bisogna lasciarsi attraversare dai venti gelidi che portano i primi freddi, dai temporali che sferzano e mescolano cielo e terra. Bisogna non abbandonarsi a quei giorni di caldo improvvisi come ricordi d’un tempo appena passato.

Bisogna… bisogna… forse non è il termine giusto, non ci sono ricette, bugiardini, istruzioni.

Passato il ponte l’autunno respirò il suo tempo, era un tempo solo suo. Avanzava, ormai felice, con mille idee e cose da fare, cominciò a sedurre, quel tempo suo, con i colori del cielo. Fece magie con le fronde di secolari alberi, promise che li avrebbe protetti dal futuro minaccioso e loro cedettero lasciando cadere i pensieri tristi, la stanchezza, la solitudine, le incomprensioni. Ogni albero sembrò perdere qualcosa. In effetti non fu così, l’autunno trasformò ogni cosa. Cosa non fece con quelle secche foglie, divennero poesie colorate. E quei rami spogli protesi verso il cielo mostrarono la forza della speranza. Ma, la vera magia, fu ciò che fece dentro alla natura, dove scorreva la linfa vitale. Il tempo aveva creduto all’autunno lasciandosi avvolgere da quell’intimo dialogo. Tutta la natura cambiò. L’autunno avrebbe protetto ogni cosa. La terra diede il meglio di sé, frutti e fiori e funghi ed erbe nuove. Soffiarono venti forti dal mare, piegarono arbusti e solitarie palme, caddero piogge copiose inzuppando ogni cosa, arrivarono dalle montagne i primi freddi improvvisi che scossero di brividi la natura, ma ogni filo d’erba, ogni quercia, ogni acino d’uva, ogni oliva, ogni castagna, ogni rossa melagrana, resisteva: l’autunno avrebbe vegliato sulla terra.

Non fu da biasimare quella terra che secca, avvizzita, arida dalla calura estiva, cedette alle lusinghe di quella stagione fertile. Ma il tempo, quel tempo di cui l’autunno fu figlio, scioccamente, stoltamente, credette al fascino seducente d’una stagione quasi fosse per sempre.

Camminarono vicini, stretti come un tutt’uno, il tempo e l’autunno, fermandosi ogni tanto ad accendere una stella. Poi, d’un tratto, come era arrivato, a una certa ora di un certo giorno l’autunno si fermò. Il silenzio cadde sulla terra sotto forma di neve. La natura sembrò volersi chiudere al tempo. Ci fu un’attesa gelida, immobile. Era una specie di terra di mezzo tra i ricordi e… difficile da spiegare.

Il tempo si spezzò in mille lastre di ghiaccio e raccontò alla terra un’altra stagione.