Era l’estate del 1977.

 

L’estate del 1977 stava quasi finendo, la mia prima estate da ragazzina.

Io ero una bambina che si arrampicava sugli alberi, costruiva capanne e difendeva a spada tratta tutte le cause perse, odiava il colore rosa e l’unico modo piacevole per giocare con le bambole era quello di staccare la testa e guardarci dentro. Erano belle le teste delle bambole da dentro, si vedevano gli occhi di vetro e la luce che vi si rifletteva e poi c’erano tutti i punti dell’attaccatura dei capelli, le mie bambole erano dei rottami buttati in fondo a un cesto di vimini. Per contro, amavo il fortino con i soldatini di plastica, era ovvio che facessi sempre vincere gli indiani. E leggevo, leggevo tantissimo, Louisa May Alcott, Salgari, Victor Hugo, Mark Twain, storie di dame e cavalieri e di avventure.

D’estate, tutta la famiglia, zii e nonni compresi, per i tre mesi di vacanza si trasferiva nella vecchia casa di campagna. Lì potevo vivere liberamente, andavo in giro alla scoperta di sentieri e a perlustrare vecchi fortini di guerra mai usati e poi scrivevo, inventavo le mie storie.

Era più o meno sempre andata così. Quella estate però c’era qualcosa nell’aria che mi incuriosiva e mi turbava al tempo stesso. Avevo conosciuto amici nuovi e incrociato sguardi che mi erano rimasti dentro, avevo reagito a modo mio. Avevo attaccato un cartoncino, grande più o meno un metro quadro, alla parete della mia camera da letto, quando c’era qualcosa che non andava o che mi era piaciuta scrivevo una frase, un nome, un numero.

Man mano che l’estate scorreva tra i rami del grande ulivo, il cartoncino diventava un poster: scritte sbilenche con dei fiorellini fissati con i cerottini per le ferite, nomi di ragazzi e ragazze, un po’ di sabbia di mare attaccata con la vinavil, e poi date, e qualche parolaccia che mai avrei detto a voce, insomma quel metro quadro bianco divenne una bandiera di stati d’animo.

Come ogni anno, alla fine di agosto, i miei zii, prima di ripartire per la Francia, organizzavano una festa in giardino con tutti gli amici e i parenti.

Avrei voluto indossare i pantaloni a zampa e la camicia larga di tela indiana, come sempre, ma chissà come, decisi di mettere quella gonna color fragola e una maglietta bianca aderente.

Prima di uscire mi guardai allo specchio distratta. L’immagine mi colpì, il mio corpo stava cambiando e quella straniera mi fissava.

Quando uscii di casa erano tutti in macchina ad aspettare me, come sempre.

Mia madre mi guardò perplessa: – Finalmente ti sei decisa a vestirti in modo decente.

Arrivammo che era già quasi buio. Il giardino era pieno di gente e di tavolini sparsi qua e là. Lo stereo riempiva l’aria di allegria. I miei cugini ballavano. Li guardavo e sorridevo, erano così belli. Erano tutti più grandi di me e mi piaceva ascoltarli quando tra di loro parlavano in francese. C’erano tanti ragazzi che si unirono a loro in un ballo scatenato, erano i tempi dello shake.

Non ho mai avuto predisposizione al ballo e quindi stavo seduta sul muretto a osservare gli invitati.

Qualcuno, il provetto dj, mise sul piatto il disco di Umberto Tozzi. Si formarono subito le coppie.

Lo vidi arrivare verso di me. Pensai che volesse chiedermi qualcosa, invece mi prese per mano e mi portò sulla veranda. – Mi chiamo Daniele – disse sorridendomi.

Umberto Tozzi cantava “Ti amo” e io ballavo il mio primo lento con Daniele, alto, abbronzatissimo e con un bel sorriso.

Avevo tutto un miscuglio di cose dentro che non mi piaceva avere. Lui era poco più grande di me, due, tre anni ed era sicuro e tranquillo. Ballammo più di un ballo e chiacchierammo un po’.

Il giorno dopo la scritta Daniele campeggiava al centro del poster delle emozioni.

Qualche anno fa ho saputo che si era sposato giovane e poi aveva interrotto la sua vita. Non lo avevo più visto dopo quella sera.

Daniele non è mai invecchiato, è rimasto un ragazzo, alto, carino, abbronzato con un bel sorriso. Un nome al centro di un poster.

Umberto Tozzi cantava “Ti amo” e lui mi sorrideva, sicuro e tranquillo… e io… io avevo un miscuglio di cose dentro.