Il pezzetto d’America sotto al cuscino.

Amedeo si schermò gli occhi con la mano, il sole era ancora alto. La collina era già stata mietuta e le spigolatrici erano passate. Zolle di terra nera spuntavano tra il giallo delle stoppie. Le cicale riempivano ogni spazio di silenzio. Si asciugò il sudore con un fazzoletto sporco, poi strizzando gli occhi per la luce lo rimise in tasca. Si abbassò, prese la mazza e la calò con forza e con perizia sulla pietra che si ruppe esattamente come voleva. Era una pietra che cantava quella.

Le pietre che cantano sono particolari, sono quelle buone, quando la mazza di ferro cozza contro di loro fanno un suono particolare, il canto. Sebbene siano le più dure sono le migliori, se si conoscono si fanno quasi plasmare e prendono la forma che serve. Le pietre si incastrano come fossero la trama e l’ordito di una stoffa e il muro prende forma. Lui sapeva riconoscere le pietre, quelle che servivano per fare la base e quelle che usava per il bordo, le traverse. Amava i suoi muri. Correvano lungo i poderi, segnavano i confini, e rendevano coltivabili i terreni scoscesi con i terrazzamenti. E poi i muri di pietra a secco non finivano mai, correvano per tutto il mondo segnando limiti. Dicevano che in America i poderi erano così grandi che non c’erano confini. Non era possibile. Non ci sono poderi senza confini e magari anche in America in quel momento un mastro di muri a secco stava facendo il suo muro, esattamente come lui.

Tanti erano partiti per l’America con il sogno di tornare con le tasche piene di soldi, le scarpe lucide e pantaloni di panno. Lui non voleva andare in America, chissà che odore aveva la terra laggiù, era sicuro che non poteva essere un buon odore. E l’Oceano poi, che mare era? No, lui preferiva il suo mare che si chiamava solo Mare. Comunque adesso non poteva muoversi più, c’era il bambino in arrivo e doveva provvedere alla sua nuova famiglia. Guardò in alto il cielo di un blu che feriva gli occhi, alzò la mazza e con rabbia la calò sulla pietra. Schegge affilate si sparsero ovunque. Si sentì stringere il petto. Alzò di nuovo la mazza e giù un altro colpo, e poi un altro e poi ancora. Qualche scheggia aveva tagliato i pantaloni e piccole macchie di sangue si aggiunsero alle macchie di sporco. Amedeo sembrava morso dalla tarantola, lavorava come se dovesse finire entro la giornata tutto il muro del Cavaliere Bonelli. Assestava giù colpi, uno dietro l’altro senza tregua. Le zolle di terra arsa si sbriciolavano sotto il suo peso facendo il rumore del pane appena sfornato.

Quando il sudore gli arrivava fino agli occhi offuscandogli la vista, si tirava su e asciugandosi si lasciava qualche minuto per pensare alle cose sue. Alle sue spalle la strada che portava al paese era secca e polverosa come la sua gola. Bevve un abbondante sorso d’acqua e sputò. Guardò il grande carrubo con il suo tronco possente e sotto, l’ombra ristoratrice lo tentava. Raggiungere il carrubo voleva dire arrivare alla fine del terreno da recintare e poi tornare su, troppo tempo. Prese il martello a testa per smussare e fece finta di non vedere quelle piccole tracce di sangue dove prima aveva sputato. Come sempre più spesso succedeva, pensò a suo fratello.

Giuseppe era un bel ragazzo, più alto di lui di una spanna e lavorava sodo. Non parlava mai Giuseppe. Stava ore e ore a lavorare accanto a lui senza spiccicare una parola. Ma aveva una bella risata, chiara e limpida come quella dei bambini. Forse per questo suo modo di essere taciturno incuteva un po’ di soggezione e quando parlava tutti stavano a sentirlo e raramente si sbagliava. Era più grande di lui di tre anni e veramente c’era poca confidenza tra loro. Amedeo più aperto ma più gracile si era sempre sentito molto più piccolo del fratello che pure il padre teneva in considerazione. Ricordava la sera attorno a un piatto di legumi quando il padre si schiariva la voce e guardando Giuseppe diceva: – Mi ha chiamato compare Nino, dice che giù alle vigne hanno bisogno di braccia. Potrei andarci la mattina presto mentre tu squadri la pietra.

Giuseppe lo guardava dritto negli occhi e abbassava il capo. Era cosa fatta.

Poi arrivò il giorno quando don Tanuzzo, il suo padrino di battesimo gli regalò quel sacchettino di iuta pieno di chicchi strani, era caffè, caffè vero, caffè che veniva dall’America. Da quel momento Giuseppe cambiò. Diventò inquieto, distratto, sempre gran lavoratore ma spesso i suoi occhi inseguivano pensieri che dovevano saltare come cavallette in amore per come era fugace il suo sguardo. Per tutta la Quaresima il sacchetto di caffè dell’America, rimase sotto al cuscino di Giuseppe. Nessuno poteva sapere come quei piccoli chicchi verdi rotondi avessero acceso l’idea di andare a vedere quella terra lontana. Lui aveva un pezzetto di America sotto al cuscino e ogni sera si riproponeva di trovare il momento giusto per dire al padre che sarebbe andato in America a coltivare caffè vero. Immaginava alberi di carrubo che tendevano i rami carichi di chicchi di caffè verso il cielo.

Una domenica mattina incontrando il padrino, don Tanuzzo, seppe, e non senza un amaro senso di delusione, che gli alberi del caffè non somigliavano per niente ai carrubi e neanche agli ulivi, ma erano alberelli dall’apparenza insignificante che facevano delle bacche rosse con dentro i chicchi di caffè. Forse il padrino don Tanuzzo aveva ragione, ma quando si coricava, nella sua fantasia gli alberi di caffè restarono alberi di carrubo ai quali aveva aggiunto le bacche rosse che diceva il suo padrino e il risultato gli piaceva ancora di più. Fu la settimana di Pasqua che Giuseppe si ammalò di bronchite. Quell’anno la Pasqua era venuta presto e l’aria era ancora fredda e pungente essendo di Marzo. Giuseppe tossiva sempre più forte e nonostante lo sciroppo di cavolo quella tosse non voleva saperne di dargli tregua. La notte che ebbe la febbre forte, fu mandata a chiamare donna Filicetta che aveva avuto dodici figli e tutti vivi e sapeva sempre cosa fare. Giuseppe scottava e aveva un mal di testa così forte che si agitava tutto. Donna Filicetta gli preparò degli impacchi di semi di lino per la testa, e mentre gli appoggiava alle tempie quello che era il rimedio per molto mali, si accorse del sacchetto che aveva sotto al cuscino. La sua espressione fece cadere nel terrore tutti i presenti, quel sacchetto era la causa di tutti i mali del povero Giuseppe. Il caffè venne messo dentro una cassetta di legno e fu portato in cucina. Poi fu preso il Crocefisso e il quadro della Vergine e si recitò il Rosario per tutta la notte. Prima dell’alba Giuseppe sudò tutto il male che aveva preso e finalmente spossato si addormentò mentre le donne recitavano il Gloria. Donna Filicetta decretò con le labbra strette che quei chicchi di caffè avevano il male della gente di fuori, la gente delle terre senza timore di Dio. Le donne si fecero la croce e in cuor suo ciascuna fu contenta di non avere avuto mai niente a che vedere con il caffè vero.

Giuseppe che si era addormentato si svegliò con un colpo di tosse che lo scosse tutto. Aveva gli occhi cerchiati di nero e la pelle del viso pallida. Il cuscino era sporco di sangue. Subito gli diedero dell’acqua da bere. Quando si stirò sulle coperte la mano andò sotto al cuscino e non toccò la sua porzione d’America.

– Dov’è il sacchetto del padrino Tanuzzo?

Subito donna Maria rispose: – Figlio mio, dentro quel sacchetto c’è la mala sorte, vedi come ti sei ridotto? Dobbiamo disfarcene al più presto.

– Ma che dite? Ero già malato da prima, ricordate la stagione scorsa come mi ridusse la febbre? Poi mi sono ripreso come mi riprenderò anche stavolta. Ridatemi il sacchetto del mio padrino adesso.

Tutte guardarono il giovane che nonostante la sua debolezza aveva parlato con fermezza e decisione e aveva fatto quello che per Giuseppe era un discorso lunghissimo.

– Il sacchetto è in cucina. Aspettiamo che ti riprendi e poi lo riavrai. – cercò di convincerlo donna Maria.

– Ora. Lo voglio ora.

Donna Filicetta bisbigliò: – Ha gli occhi di brace, non è lui che parla.

Gli fecero degli impacchi di lino e qualcuno gli porse una tazza con dell’acqua calda dove avevano fatto bollire bucce di limone, salvia, alloro e semi di finocchio.

Donna Maria entrò in cucina e fu presa dal panico quando vide la scatola di legno aperta e vuota. Cosa avrebbe detto a Giuseppe? Chi aveva preso il sacchetto con i chicchi di caffè?

Michelina, la figlia maggiore di donna Raffaela entrò in cucina dal retro, aveva corso e con il fiato corto, porgendo il sacchetto ansimò: – Ecco adesso va bene.

– Cosa hai fatto? Dove sei stata?

– L’ho portato in chiesa e l’ho fatto benedire, adesso non farà più male a Giuseppe.

Donna Maria l’abbracciò con lo sguardo poi prese il sacchetto con il caffè vero e andò da suo figlio.

Giuseppe si riprese ma più lentamente della volta precedente e cosa più grave, quando tossiva aveva sempre il fazzoletto sporco di sangue. Aveva preso l’abitudine di tossire e poi di nascondere subito il fazzoletto in tasca e quando in cucina non c’era nessuno lo lavava da solo nel catino. Era sempre più triste e preoccupato ma nessuno conosceva il vero motivo: come poteva andare in America se era malato?

Forse fu per via della tristezza del figlio, sempre più evidente o forse erano accordi già presi prima, quella sera mastro Titta mentre mangiavano le fave con la cipolla fresca guardò il figlio maggiore, poi guardò Amedeo e infine si scambiò uno sguardo con la moglie che annuiva.

– Giuseppe, oggi ho incontrato Sasà siamo stati in piazza insieme e mentre parlavamo è venuto fuori che non gli dispiacerebbe se tu ti prendessi cura di sua figlia Michelina. Sembra che Teresa, la sorella più piccola sia stata chiesta dal figlio di don Calogero, ma se non si sposa la grande la piccola non si può sposare, così vanno le cose. Sasà avrebbe proprio bisogno della mano di don Calogero per i terreni giù al fiume. Ha chiesto a Michelina e a lei non dispiace, anzi credo ti abbia in simpatia. Tu che dici?

Giuseppe tossì. Tossì così forte che donna Maria ebbe paura che morisse soffocato.

Tre mesi dopo Giuseppe e Michelina erano sposati. Giuseppe con il vestito scuro sembrava ancora più pallido ed emaciato e Michelina aveva l’aria di chi aveva troppe cose da fare per perdere tempo con gli invitati. Gli sposi andarono ad abitare in una stanza attigua alla casa di mastro Titta, più avanti avrebbero trovato una casetta più grande o magari Giuseppe avrebbe potuto costruire la loro casa nel terreno che Michelina aveva avuto in dote.

Purtroppo Giuseppe divenne sempre più debole, come il suo sogno di andare in America, ma non abbandonò mai il suo sacchetto con il caffè vero. Quando otto mesi dopo morì, Michelina, pensando che non fosse conveniente che le donne che sarebbero accorse avessero visto ancora quel sacchetto, appena le fu possibile, lo tirò via da sotto al cuscino del marito e lo nascose nella muarra sotto i calzoni da lavoro di Giuseppe.

Amedeo ricordava il funerale, c’era tanto silenzio, sarebbe piaciuto a Giuseppe, lui aveva sempre amato il suo silenzio, pensava allora.

Adesso, lì in mezzo al campo mentre la mazza cozzava contro le pietre si chiedeva cosa c’era stato dentro quel silenzio, se era stato pieno di pensieri che non poteva dire a nessuno come succedeva a lui.

Anche lui era diventato taciturno dopo il matrimonio e tutti trovavano la cosa normale, era ormai un uomo e gli uomini sono di poche parole non come i perditempo che ciarlano sempre.

Amedeo avrebbe voluto urlare che lui aveva tante cose da dire ma non le avrebbe mai dette a nessuno, solo una persona avrebbe potuto ascoltarle perché erano state pensate per lei, ma lei non poteva, non più.

Amedeo conosceva Giacinta da sempre, abitavano nella stessa strada. Avevano giocato insieme da piccoli e litigato tante volte, fino a quando Giacinta era diventata una ragazza. Di punto in bianco la madre di lei le aveva proibito di dare confidenza ad Amedeo e a tutti i maschi in generale. Così avevano preso a vedersi di nascosto. Amedeo sentiva ancora il cuore battere come impazzito mentre ricordava quando sentiva i passi di lei. Quante cose si raccontavano e per quanto raccontassero avevano sempre da dire. Gli piaceva ascoltare la sua voce e adorava le smorfie che faceva quando gli riferiva ciò che le era successo.

Dopo che si era sposato Giuseppe, Amedeo aveva preso in considerazione l’idea di parlare con suo padre di Giacinta ma poi le cose erano precipitate, c’era stata la malattia e poi la morte di suo fratello e poi… poi era successo tutto.

Aveva fissato per un tempo che a lui parve lunghissimo, suo padre e sua madre sperando, pregando, supplicando, in cuor suo, che non dicessero sul serio.

Mastro Titta non era stato mai più serio in vita sua. – Figlio mio, Michelina è rimasta da sola, suo padre deve pagare ancora il matrimonio della sorella, non può aiutarla. Che cosa può fare una donna che è rimasta vedova dopo neanche un anno di matrimonio se non morire di fame? Tuo fratello ti ha lasciato i suoi attrezzi di lavoro e tu sei forte e potrai lavorare per due. Amedeo, sposerai la vedova di tuo fratello. E’ una buona donna non possiamo lasciarla in mezzo a una strada.

Amedeo aprì la bocca e provò a respirare. Sentiva tutti i suoi pensieri girare per la testa e non riusciva a fermarli. Sua madre lo guardava con un viso che esprimeva dolcezza e serenità e lui, lui avrebbe voluto urlare di rabbia e piangere di sconforto e scappare via, via con Giacinta.

– Io voglio sposare Giacinta.

Donna Maria spalancò gli occhi: – Non è possibile.

– Perché non è possibile? Anche lei vuole sposare me. Michelina troverà un buon marito pure lei.

Mastro Titta abbassò il tono della voce: – Tuo fratello era malato, lo sappiamo noi e lo sanno tutti. Chi si sposerà la vedova di un uomo malato?

Donna Maria si intromise con un tono più acuto del normale: – E comunque Giacinta è stata promessa, non può sposarsi con te.

Amedeo si sentiva dentro a una pentola con il fuoco vivo sotto: – Chi vi ha detto che è stata promessa e a chi è stata promessa?

– E’ da quasi un anno che si sa, lo sanno tutti che è stata promessa al figlio del barbiere.

Per quanto riguardava Amedeo poteva essere stata promessa al barone in persona, lui non avrebbe permesso che Giacinta, la sua Giacinta fosse di nessun altro. Prese la giacca e uscì. Era tardi per bussare alla porta di chi aveva già chiuso gli scuri, era segno che gli abitanti della casa erano già a letto ma Amedeo non aveva tempo per riflettere su queste cose. Bussò con forza e aspettò che il padre di Giacinta si affacciasse. Era deciso a rimanere davanti a quella porta tutta la notte ma prima dell’alba avrebbe chiesto la mano di Giacinta. Qualcuno aprì gli scuri al primo piano. Amedeo contrasse la mascella pronto a dire il suo discorso. Apparve la madre di Giacinta che gli fece segno di aspettare. Quando gli aprì la porta, coperta con lo scialle di lana sopra la camicia da notte, Amedeo si chiese se non fosse stato troppo precipitoso.

– Allora? Cosa c’è di tanto urgente da svegliare chi domani deve andare a lavorare?

– Donna Rosalia, scusatemi ma avevo urgenza di parlare con vostro marito.

– E cosa avresti da dire a mio marito?

– Cose da uomini.

– Amedeo, io ti conosco da prima che nascessi, tu non te la puoi sposare a Giacinta.

– Donna Rosalia, perché dite una cosa così mortale? Pensate che la mia famiglia non sia all’altezza della vostra?

– Si Amedeo, penso che la tua famiglia ha già portato troppi figli al cimitero e io voglio che non ci portiate i miei nipoti. Tua madre che conosco da sempre ha avuto cinque figli, sei rimasto solo tu. Laviamo le lenzuola insieme, giù al lavatoio, quelle tue sono sporche di sangue, come quelle di tuo fratello. Amedeo, lo so che vuoi bene a Giacinta ed è proprio perché la vuoi bene che ti chiedo di non farla soffrire, non lo merita.

Amedeo non era preparato a ciò che aveva sentito. Rimase immobile con le parole che gli si attaccarono tanto ai pensieri che non riuscì né a pensare né a parlare. – Io voglio bene a Giacinta. – disse come se parlasse a se stesso.

– Si Amedeo, per questo lascerai che si sposi con un bravo uomo e che abbia dei figli e una vita serena. Adesso soffrirà ma si abituerà, l’abitudine disinfetta ogni sofferenza, la rende sopportabile senza che faccia infezione.

Giacinta sposò Antonino pochi mesi dopo che lui aveva sposato sua cognata. Il giorno del matrimonio di Giacinta lui rimase nei campi a fare i suoi muri fino a che non riuscì a distinguere più le pietre dalla terra. Aveva lavorato come un pazzo per tutto il giorno senza staccare mai, se ne rese conto quando fu buio. Non era stanco, era arrabbiato, era pieno di rancore verso tutti, anche verso Giacinta. Quando tornò a casa, sprangò porta e finestre e si ubriacò.

Erano passati due anni da allora. Lui e Giacinta non si erano più parlati ma si vedevano tutti i giorni. Lei abitava in una casetta verso l’uscita del paese. Ogni giorno lui per andare a lavorare passava di là. Ogni giorno lei aspettava che lui passasse. Ogni giorno i loro sguardi si incrociavano per dei minuti che duravano il tempo giusto della disperazione.

Michelina sapeva tutto e taceva. Amedeo non si era mai comportato male con lei e forse per questo o forse perché sapeva che amava un’altra si innamorò di lui di un amore caparbio e silenzioso. Michelina sapeva della fotografia che Amedeo teneva nella tasca della giacca ma faceva finta di nulla.

Non era stato facile procurarsi quella fotografia, aveva unto per benino Papè, il fotografo del paese, e alla fine lui gli aveva dato la fotografia degli sposi. Amedeo aveva ritagliato la figura del marito e aveva tenuto per sé quella di Giacinta vestita da sposa, non se ne separava mai.

Sembrava fosse trascorsa un’intera vita. Amedeo alzò la mazza e colpì la pietra. Passò la mano sulla superficie appena scheggiata ed era liscia come doveva essere. Il dolore al petto gli bloccò per un attimo il respiro.

In fondo alla strada saliva il carretto con le pietre nuove partito il giorno prima dalla cava grande.

Turi lasciava che il mulo salisse senza fretta. Fu mentre scaricavano le pietre che Amedeo si accasciò esanime. Turi lo scosse, gli gettò dell’acqua sulla faccia e quando senti che tossiva lo caricò sul mulo e pregando tutti i santi che ricordava lo portò a casa.

– Chiamate subito il dottore! – Urlò appena entrò in paese – Amedeo sta molto male.

Le voci corsero prima del mulo e quando arrivarono nella stretta stradina dove c’era la casa di Amedeo, Michelina era già fuori bianca come un cencio si teneva la pancia piena di quel figlio che forse non avrebbe mai conosciuto suo padre.

Amedeo fu posto nel letto che cigolò sotto al peso. Il vicinato tutto era dentro quella stanza. Michelina asciugava la fronte del marito che respirava a fatica. D’un tratto lui l’afferrò per la manica del vestito e la tirò a sé: – Chiamatela. – disse con un filo di voce appena percettibile.

Michelina si alzò in piedi, livida. Guardò tutti e urlò: – Tutti fuori di qua. Tutti.

Il bambino nel suo grembo sussultò. La guardarono e non capirono ma non avevano altra scelta. Uno dopo l’altro uscirono dalla piccola porta in una processione sbigottita. Prima che andasse via Michelina tenne Rosetta, l’ultima delle sue sorelle, per mano: – Vai a chiamare Giacinta. Fai presto. Corri.

Giacinta arrivò di corsa. Passò tra la gente che affollava tutta la stradina. La lasciarono passare aprendo un varco che ammutolì tutti. La casa era fresca e silenziosa. Entrò in camera da letto. Amedeo aveva la camicia aperta ed era madido di sudore. Respirava a fatica sollevando il petto in un modo che era uno strazio. Michelina era ferma immobile al lato del letto.

Le due donne si guardarono e senza dire niente. Michelina uscì dalla stanza senza abbassare lo sguardo e andò in cucina. Dalla finestra alta vedeva il giorno che andava via. Rimase ferma in attesa.

L’urlo di Giacinta lacerò il silenzio. Tutti nella strada si fecero il segno della croce. Michelina con le spalle contro il muro della cucina chiuse gli occhi e respirò tutta l’aria che riuscì a prendere.

Quando entrò nella loro camera vide Giacinta accoccolata sul bordo del letto con la testa di Amedeo tra le braccia, lo cullava come si fa con i bambini mentre le sue lacrime scendevano fino al viso senza vita di lui.

Michelina aveva gli occhi asciutti pieni di troppe cose per contenere anche le lacrime. Aprì il sacchetto di iuta che teneva in mano, gettò sul letto quei chicchi verdi che venivano dall’America, poi uscì.