Le lunghe estati.

C’erano certi silenzi, dove le strade, le case, si raccontavano.
Erano quei pomeriggi di certe lunghe estati.
I villeggianti erano tutti a mare, con le sdraio di tela a righe, i pesanti ombrelloni di legno, i salvagenti per i bambini già gonfiati e le pagliette in testa. Solo alcune donne che oltre a saper nuotare, erano di rango, o presunto rango, diverso, indossavano colorate cuffie da mare con fiori e decori in rilievo.
In quel paese quasi vuoto, i tempi si dilatavano oltre l’immaginabile, l’estate durava almeno due intere stagioni.
Le mamme urlavano, senza tanto impegno, verso quei ragazzi che andavano alla ricerca di nidi, che ruzzolavano giù dalle strade in discesa con vecchie biciclette ereditate dai fratelli sposati,  che giocavano giù al torrente facendo le gare di “tullanè“, o semplicemente che andavano in cerca di guai, trovandoli sempre.
Le ragazzine imparavano l’arte del “curtigghiu” mentre cercavano di non pungersi ricamando, su quelle sedioline dalle gambe segate, i primi strofinacci, centrini, tovagliette da tè che nessuna avrebbe usato.
Profumi intensi attraversavano quelle strade di pietra bianca mentre i campanili battevano il mezzogiorno. La melanzana fritta la faceva da padrona, e l’odore cambiava quando diventava parmigiana, il sugo fatto con lo “stratto“, i cavolfiori con il pangrattato abbrustolito, e tra i preparati per la pasta lunga o la pasta corta, s’intrufolavano la frittura di paranza, la sarda arrostita, la melanzana a cotolette, i peperoni arrostiti, e ogni tanto si sentiva qualche bistecca che si cuoceva. Le uniche case che non profumavano erano quelle chiuse.
Clangori di posate e di piatti coprivano Celentano, Gianni Morandi e i Dik Dik, in fondo alla via, Jimmy Fontana raccontava con garbo, del suo amore finito.
D’un tratto calava il silenzio.
Aspettava, quello strano paese, che anche quell’ultimo nato finisse la sua poppata. Aspettava che quell’adolescente ribelle spegnesse la sua radiolina a transistor. Aspettava che quella caparbia ragazzina posasse il suo libro.
Ecco… c’erano certi silenzi, dove le strade, le case, si raccontavano.
Erano quei pomeriggi di certe lunghe estati.

 

 

foto di Catherine Aprile-gora per I love Scicli