La granita al limone

La mia infanzia era piena di nonni e di zii che abitavano con noi nella nostra grande casa. Era una famiglia allargata, di quelle che allargavano le case per fare posto a tutti. Il tavolo della cucina, aveva avuto delle modifiche nel corso degli anni, allargandosi anch’esso con delle prolunghe sui quattro lati.
Quando nonno Giovanni cominciò a stare male, fu “adottato” come residente, nella casa che prendeva forma in base agli abitanti, come un vestito che indossato perde la rigidezza e prende la forma di chi lo indossa. Così quell’austero palazzo cominciava a conservare le storie vecchie e a riempirsi di nuove storie.
Nonno Vincenzo e nonna Emma avevano la camera al piano superiore. Adoravo quella stanza, aveva un odore di legno e di cera per via delle candele che nonna teneva sul comò. Posta in alto, aveva un balcone che lasciava entrare il cielo e il campanile della chiesa messa a vigile sul colle di fronte. Dormire con i nonni era un’avventura, loro non chiudevano mai le imposte e la notte, quel cielo sopra il campanile, era perfetto per tesserci tutte le favole che nonno Vincenzo mi raccontava prima di dormire.
A nonno Giovanni fu data la camera vicino al terrazzino e non lontano dalla camera dei miei.
Le camere in fondo erano state lasciate per gli zii e i cugini che ogni anno ad Agosto, tornando dalla Francia facevano una sosta da noi per qualche settimana.
Nelle mattine d’estate nonno Giovanni scendeva le scale e, con il suo passo lento, usciva sulla stradina stretta allora poco trafficata.
Si teneva sulla destra appoggiandosi al muro mentre nell’altra mano teneva il bastone e il bicchiere di vetro con il manico, i bicchieri della Nutella con le bolle di vetro in rilievo.
Aveva il cappello estivo sui bianchi capelli radi e gli inutili occhiali da sole.
Percorreva tutta via Peralta poi svoltava per via Castellana, salutava nonno Vincenzo che già aveva acceso la fucina nella sua bottega e fischiettava la colonna sonora di quel nuovo giorno.
Nonno Vincenzo ormai aveva rinunciato a convincerlo della pericolosità di quella passeggiata mattutina, perciò si limitava a scuotere la testa. Scambiavano alcune battute, la continuazione del discorso che avevano cominciato a colazione attorno al latte con il caffè e il pane di casa del giorno avanti fatto a pezzettini.
Nonno Giovanni si portava una mano al cappello, segno che il discorso era concluso e proseguiva fino in fondo alla strada attraversava la piazzetta davanti alla chiesa di San Bartolomeo e arrivava alla gelateria “u zu Peppi Gazzè”.
Riempito il bicchiere di granita al limone e coperto con quello strano tovagliolino rotondo di carta oleata, nonno Giovanni, rifaceva il percorso inverso e arrivava in cucina scortato dai brontolii di mia mamma e mia nonna sulla sua testardaggine. Ormai era quasi cieco, vedeva solo delle ombre ma la ferrea convinzione che poteva farcela, era più forte del reale dubbio che la scelta di andarsene in giro poteva presentare dei rischi.
Mi svegliavo così, nelle mattine d’estate. Il panino caldo portato direttamente dal forno da nonno Vincenzo e la granita portata da nonno Giovanni e, in sottofondo, i rimproveri di mia mamma e mia nonna a quegli uomini così testardi.
Vorrei essere così brava da descrivere il profumo del panino, la mafalda, caldo, il grissino centrale croccante che finiva subito dentro al bicchiere della granita e che si inzuppava di quello che è un connubio perfetto di succo di limone, acqua e zucchero, gelati al punto da risultare cremosi, cremosi e freddi, una consistenza perfetta di sapori. Vorrei essere capace di riportare il profumo di limone e zucchero e di pane caldo.
Mi spiace non riuscire a farvi sentire il cucchiaino che raccoglie l’ultima granita, la mollica del panino inzuppata, il sapore del limone acre e tuttavia quel dolce che si scioglie in bocca.
Il caldo era denso di cose, nelle mattine d’estate… di un tempo scandito da sapori e profumi…

buonbelgiorno… comunque sia la vostra colazione, comunque siano i piccoli gesti di ogni giorno…