Una sera di maggio

Vi avevo promesso il racconto di una magia, spero di rendere giustizia a ciò che ho visto.

Sono arrivata a Catania alla fine di un pomeriggio piovoso mentre il sole era basso sui tetti.

Il cielo a est era nero e minaccioso ma a ovest il sole si insinuava, prepotente, nelle fessure tra le nuvole mescolando rosa e rosso al bianco e al grigio scuro.

Sul parabrezza c’erano ancora, mille brillanti di pioggia oltre le quali, la Grande Madre si stagliava possente con il suo cappello bianco, nonostante la stagione.

Una pioggerellina leggera cominciò a cadere lenta, quasi un gioco.

Il sole, oltre i campi, attraversò la pioggia e un grande arcobaleno unì la città agli aranceti oltre la strada. Nitido, perfetto, il ponte colorato, sarebbe bastato già a stupire ma subito, un altro più tenue, meno deciso, incorniciò un’altra semisfera di paesaggio. Guardai ammirata i due archi con Catania dentro. Era solo il primo tempo dello spettacolo.

Il secondo tempo si aprì con una sinfonia di rosa e rossi che incendiarono il versante ovest della Grande Madre, vi giuro, sembrava davvero che quei colori avessero un suono, una melodia.

Il sole aveva aperto un varco e raggi di magia andavano a illuminare i vetri delle case, un riverbero di tramonto che rimbalzava dalle pietre dei palazzi alle cupole delle chiese. Violoncelli e violini vibravano di arancio mentre a est, trombe e tamburi alzavano i toni del grigio plumbeo, gli archi e i fiati incalzavano tra i vicoli e le vie, l’oboe striava di giallo oro il cielo sui campi, le note del blu delle sera arrivarono dai tasti bianchi e neri di un piano a coda e alla fine, quando anche gli uccelli attendevano fermi: l’assolo di sax, magistrale!

Un profumo di terra, di zagare, di magia, impregnava ogni cosa come un applauso corale.

La Grande Madre, soddisfatta, fumò oltre le nuvole.

Io, salita sulla nave ancorata al porto vecchio, guardai ancora, senza riuscire a saziarmi, la cupola della chiesa del porto, gli ultimi raggi d’oro rimasti tra i vetri veneziani.

Incapace di parlare, annotai ogni cosa, come fece la pozzanghera del molo, che, tra grosse funi e cavi fotografò il cielo con le prime stelle. Quella buca sconnessa di pietra lavica, tenne dentro di sé quella sera magica, per ricordarsene poi.

Il mare calmo accolse la nave, a est c’era già una rossa virgola di luna.