La borsa gialla

Si andava ogni due settimane in ospedale per controllo e per conforto. Il medico era, finalmente, quello giusto. Andavamo sempre io e lei. Durante la strada parlavamo, io parlavo, raccontandole di sciocchezze che agghindavo come la tavola della domenica e lei sorrideva e rispondeva alle domande che le facevo per farla discorrere. Erano brevi viaggi dentro di me e un po’ dentro di lei. Andavo piano, senza fretta, il medico non ci dava mai un orario preciso. Durante quella mezz’ora abbondante cercavo di stare attenta a ciò che diceva e commentavo con una sicurezza che spesso non avevo ma sapevo quanto fosse utile che sembrasse vera. Eravamo rilassate e tranquille, lei molto più di me. Io annotavo ogni progresso e ogni regresso con tanta ansia solida che avevo imparato a depositare da qualche parte, lontano da tutti.

Il reparto era il più bello di tutti, aveva le colonne e la gradinata di pietra come l’ingresso di una villa, attorno buganvillee e rampicanti e alberi dalla folta chioma verde sfavillante.

Bisognava suonare e aspettare che ci aprissero. Entravamo nel primo ingresso e poi l’infermiera ci accompagnava. C’era sempre da aspettare un po’. Ci accomodavamo su un vecchio divanetto di velluto marrone, basso e scomodissimo, questo ci faceva sempre ridere perché trovare la posizione giusta era un’impresa. Avevamo la cartelletta con gli esami fatti, con l’encefalogramma e con la prescrizioni dei farmaci, lei era molto ordinata, era sempre tutto sistemato per bene.

Capitava che pazienti ricoverati passassero dal salone principale a quella specie di corridoio adattato a sala d’aspetto. Spesso erano pazienti giovani incuriositi dai nuovi arrivati. Lei mi guardava e leggevo sul suo viso quella pena disperata per quei ragazzi così giovani eppure così lontani dalla loro età.

<< Poverini, chissà che avranno>>, mi diceva a bassa voce per non ferirli, poi sorrideva a loro e chiedeva se volevano sedersi, in genere non rispondevano e andavano via, oppure veniva l’infermiera a riprenderli.

Quel ragazzo entrò di corsa, probabilmente era sfuggito al controllo, non era tanto giovane, avrà avuto una trentina d’anni. Aveva gli occhi spalancati e muoveva la testa a scatti. Salutò educatamente e noi rispondemmo al saluto. Ci chiese da dove venivamo ma non sembrava interessato alla risposta. Si sedette accanto a me. Da qualche parte si sentivano porte che sbattevano.

Lui mi guardò e disse: << E’ molto bella la tua borsa!>>

<< Grazie, sono contenta che ti piaccia. >>

<< Perché hai comprato proprio quella borsa?>>

<< Perché è bella. >> risposi sorridendo ma con una punta di ansia.

<< Hai ragione, è molto bella. E’ una borsa gialla. Non pensavo che una borsa gialla fosse bella. Hai fatto bene a comprarla. >>

<< Grazie. >>

L’infermiera entrò preoccupata: << Sai che non devi venire qua, andiamo.>>

Lui la seguì docile.

Mia madre lo accompagnò con lo sguardo che conoscevo bene, poi mi guardò e mi disse: << Ha ragione è davvero bella la tua borsa.>>

<< Si mamma, me lo avevi detto. >> dissi sorridendole.

Quella borsa gialla rimase nel mio armadio per tanto tempo, ogni anno penso di buttarla e poi la rimetto al suo posto, dentro è rovinata dal tempo, fuori si è macchiata, ma ogni anno la rimetto al suo posto.

Domani la borsa gialla andrà verso il nord, in un paesino del Veneto che non conosco e dove magari non andrò mai. Andrà a fare compagnia a una donna che ne avrà cura e conserverà la sua storia.

Buon viaggio borsa gialla.