Fotografia in bianco e nero di due vecchi in un giardino

Il colonnello Ugo Malpighi, nonostante fosse trascorso quasi un anno dal suo arrivo a Villa Margherita, non era riuscito a trovare una persona degna della sua amicizia.

Vecchi dal cervello rattrappito, non certo dall’età ma da una stupidità atavica, girovagavano per il giardino ciabattando. Seduti all’ombra dei tigli stavano per ore fermi, senza alzare mai lo sguardo. Li sentiva parlare di prostata e di incontinenza, dei dolori alle ossa, della pressione che si alzava, del sonno che non arrivava mai, oppure dei figli e dei presunti successi di questi, aizzando invidie e antipatie di altri vecchi che a differenza non sapevano inventare.
A volte qualcuno era in vena di filosofare, allora si schiariva la voce attirando l’attenzione generale e con l’atteggiamento di un attore drammatico si lasciava andare a commenti sul tempo.

Quante idiozie aveva sentito il colonnello Ugo Malpighi. Lui li ascoltava per un po’, poi le parole si trasformavano in un rumore monotono fino a quando, come succede in questi casi, il rumore diventava silenzio. A quel punto lui ritrovava i suoi pensieri. Il tempo. Quanto tempo aveva visto nei suoi anni. C’era il tempo che non passava mai e quello che correva via veloce. Il tempo che si odiava e quello che si amava e si avvolgeva attorno ai ricordi. Ricordi cari da custodire gelosamente. Ricordi a volte così lontani da sembrare storie. Lui amava i suoi ricordi.

Seduto sulla poltrona in giardino, con lo sguardo perso in un punto lontano del viale, andava con la mente lucida, a trovare i suoi ricordi.
Tutti i vecchi amano vagare tra i loro ricordi, ma lui non vagava, lui sapeva esattamente cosa cercava e dove cercarlo, la differenza era questa. Quando non parlavano dei loro corpi avvizziti e martoriati dagli anni li ascoltava raccontare dei tempi andati. Si era accorto che poteva dividerli in due gruppi, alcuni ripetevano sempre le stesse cose, con gli stessi particolari, con la stessa inflessione di voce, con le pause sempre nello stesso punto, sempre uguale, fino alla nausea. Altri, invece, avanzavano alla rinfusa, mescolando epoche e volti in un dedalo inestricabile. Ad un certo punto, mentre raccontavano si bloccavano, restavano con gli occhi aperti sperduti nel vuoto cercando un barlume di coerenza, poi riprendevano il filo, ritornavano indietro e avanzavano ancora sforzandosi di dare il nome a un volto e quando finalmente quel maledetto nome riemergeva, soddisfatti lo ripetevano a gran voce, ma gli altri già parlavano d’altro.

Il colonnello Ugo Malpighi non aveva mai combattuto contro il tempo, lo aveva semplicemente accettato, come un dato di fatto e si era organizzato. Aveva deciso di pianificare il suo tempo adottando come unità di misura il suo cervello. I suoi pensieri, le sue letture, la sua ironia e tutto quello che aveva raccolto nei tanti anni vissuti, solo tutto questo avrebbe scandito il suo tempo. Non gli importava delle macchie marroni che ricoprivano le sue mani, come non gli importava del grande orologio posto al centro della parete con le lancette sottili che ripetevano sempre lo stesso giro. Proprio non riusciva a capire il disappunto degli altri quando per due giorni interi l’orologio si era rifiutato di funzionare. Ne avevano fatto una ragione di stato. Come se sapere l’ora esatta poteva cambiare qualcosa.
Stupidi e capricciosi si attaccavano a qualunque cosa pur di trovare un pretesto per lamentarsi.

Non li sopportava e ci teneva a farglielo sapere, perché si trova sempre quello che ha la vocazione dell’amico a tutti i costi, comincia con un “Come va?” e va a finire che te lo ritrovi sempre tra i piedi.
Solo. Lui voleva stare solo e non gli importava proprio se lo chiamavano Colonnello Cerbero.

Le donne poi, erano le peggiori. Avevano la testa così vuota che quasi poteva vedere i loro insulsi pensieri sfarfallarvi dentro. A quella età avrebbero fatto meglio a separare i due generi. Deportarle in un’oasi tutta per loro sarebbe stata un’idea che non poteva che giovare a entrambi.
La mattina la televisione riusciva a tenerle occupate con tutta una serie di quiz e telenovelas che le inchiodava nel salone per tutta la mattinata. Nel pomeriggio si riunivano sotto il portico a sferruzzare. Era il momento che ciascuna aspettava per tirare fuori il peggio di sé.

Starnazzavano, pigolavano e a volte gracchiavano come inutili animali da cortile.
C’era ancora qualcuna che aggrappandosi chissà a quali recondite speranze perdeva ancora tempo a impiastricciarsi il viso. Sin dall’inizio lui si era rifiutato di imparare i loro nomi, tanto erano tutte uguali.
Le vedeva, dietro le sue spalle, allungare i colli plissettati, come nefasti uccellacci, e sorridere con frasi di scherno. Vecchie, brutte e stupide. Non stavano mai zitte. Quante volte aveva provato l’irresistibile impulso di imbavagliarle. A tavola poi, continuavano a ciarlare e pretendevano pure di attirare l’attenzione altrui. Figurarsi! Ormai conosceva a memoria tutti i loro discorsi, opachi e traballanti come le loro dentiere.

Camminava spedito il colonnello Ugo Malpighi, appoggiandosi a un bastone che più che sostegno gli era compagno. Percorreva i vialetti del giardino battendo il passo come una marcia fuori tempo. Subito dietro gli oleandri lo aspettava l’unico suo amico, l’unico che meritasse attenzione e rispetto.
Con un gesto riflesso si portò la mano in tasca per accertarsi che c’era. Non che avesse problemi di memoria, ma arrivato alla fine del viale toccava, con le dita dalla pelle liscia e sottile, il piccolo pensiero affettuoso che portava al suo amico. Gli piaceva pensare che anche lui lo aspettava con impazienza. Sapeva che era così. Prima ancora di vederlo indovinava la luce di gioia nei suoi occhi intelligenti e subito aumentava il passo.

Aveva visto le arpie girare da quelle parti e questo lo turbava. Non voleva dividere l’affetto di Oscar con nessuno, tantomeno con quelle streghe arteriosclerotiche che lo avrebbero soffocato con le loro moine ridicole.
Quanto odiava i vezzeggiativi che si ostinavano ad usare sempre a sproposito, le voci in falsetto, l’arroganza di trattare gli altri come dementi bisognosi di cure amorevoli. La cosa incredibile era che c’erano molti vecchi che accettavano di buon grado la parte che le premurose compagne avevano assegnato loro, così la farsa andava avanti senza tante vittime.

Oscar era troppo intelligente per lasciarsi coinvolgere dai vecchi obsoleti e vacui di Villa Margherita.
Girò dietro le ginestre avvertendo nell’aria qualcosa di strano. Aveva come un presentimento che gli dava ansia. Si guardò intorno, era solo. Oscar non era venuto. Era la prima volta che mancava all’appuntamento. Che fosse successo qualcosa?

Di salute non stava male, era così pieno di vita e poi era sempre molto attento. Una volta lo aveva seguito, giusto per vedere se aveva bisogno di aiuto quando attraversava la strada. Lo aveva visto procedere sicuro, arrivato sul marciapiede guardava a destra, a sinistra e poi ancora a destra e infine attraversava senza incertezze. Arrivato sull’altro lato della strada si era girato un attimo a guardarlo, come per ringraziarlo della premura che aveva avuto nei suoi confronti. Per quel muto sguardo di gratitudine avrebbe voluto abbracciarlo. Il senso profondo di tenerezza di quel momento lo aveva accompagnato per diversi giorni. Tanta era la tenerezza e l’affetto per il suo amico, tanto ora era lo sconforto e la tristezza di non sapere il perché di quella assenza.

Rimase seduto sul muro di pietra facendo congetture, montando i pensieri uno sull’altro e poi smontandoli ancora, come un gioco di pazienza. Al tramonto, stanco e depresso il Colonnello ritornò verso la villa. Aveva il passo pesante e lo strascichio del bastone sul selciato lasciava nell’aria un’eco di delusione.
Andò a letto. Non aveva voglia di cenare né di sentire discorsi idioti o vedere programmi demenziali.

Che Oscar si fosse stancato della sua compagnia? D’altronde anche lui non era che un vecchio. Forse aveva trovato un amico più giovane, o un’amica allegra e gioiosa.
Questo pensiero gli provocò un crampo allo stomaco.
E se non fosse venuto più?

Si alzò. Faticò un po’ a trovare le ciabatte e andò in bagno. Strano, non ricordava più se avesse preso la pillola per la pressione. Non era mai successo. Era vecchio.
La mattina si alzò senza fretta. Aveva la bocca amara. Rifece il nodo alla cravatta due volte, gli sembrava che le dita continuassero a impigliarsi tra di loro. Scese i gradini pesantemente, uno alla volta.
C’era un’aria strana nel salone quella mattina. Erano tutti eccitati, eppure non era il giorno delle visite.

Le donne correvano qua e là come pulcini in cerca della chioccia.
– Il latte. Il latte. Prendete un po’ di latte.- squittì la signora dall’anello grosso. Quasi subito la porta della cucina si aprì e spuntò la signora dalla giacca fucsia con una tazza di latte. Camminava svelta dimenandosi tutta e la sua gonna fiorata ondeggiava ritmicamente all’unisono con il latte. Non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare fino in fondo al salone. Il Colonnello calcolò la distanza che la separava dal capannello di persone e, ad occhio e croce, stabilì il punto dove il latte si sarebbe rovesciato. Fu in quel momento che il gruppo si aprì lasciandogli vedere l’oggetto di tanta agitazione.
OSCAR! Gridò il suo cuore in tumulto. Un gran calore dal petto gli salì fino alle guance.

Anche Oscar lo vide in quel momento e fu una grande gioia vederlo correre e saltargli addosso scodinzolando come non mai.
Il Colonnello sorrise arruffandogli il pelo, lasciò che Oscar gli dimostrasse tutta la sua gioia. Si abbassò senza fatica perché lui lo potesse leccare.

Sapeva di aver ritrovato il ritmo del suo tempo e ancora una volta sorrise.
I vecchi restarono tutti a bocca aperta.