Il Giovedì Santo

“Cu nnappa nappa re cassati i Pasqua” [“chi ne ha avute, ne ha avute delle cassate di Pasqua” ]

All’alba del Giovedì Santo passava per le vie del paese a ricuttara, la moglie del massaro, che vendeva le ricotte e portava il latte di porta in porta, riempiendo le bottiglie di vetro lasciate la sera prima, davanti alle porte o alle finestre.

I ricottiiiiiiiiiiiiiii, i ricottiiiiiiiiiiii!!! – urlava a squarciagola – I ricotti e a tuma pe’ cassati i Pasqua!!!

Si aprivano le porte dei dammusi, i bassi dei palazzi, e i portoni dei palazzi. Ogni donna che usciva era pronta ad accaparrarsi la ricotta e la tuma che servivano per fare le cassate di Pasqua. La tuma era la ricotta dei giorni prima semi lavorata che aveva un sapore acidulo, un ingrediente fondamentale per le cassate. Tuma e ricotta si mescolavano insieme allo zucchero, ai tuorli, alla buccia di limone grattugiata e alla cannella e formavano il ripieno dei cestini di pasta che poi venivano infornati e consumati solo dopo che il Cristo era risorto, guai ad assaggiarne anche un pezzetto prima della domenica di Pasqua.

I signori avevano già la ricotta e la tuma migliore nelle loro cucine, i massari che avevano le gabelle, per Natale e per Pasqua portavano i carnaggi ai signori e quindi tra agnelli e tacchini e polli e quarti di maiale c’erano ricotta, tuma e tumazzo, formaggio di latte di pecora al pepe nero.

Il Giovedì Santo i ragazzi erano tutti per le strade e i vicoli, cacciati dalle case a malo modo, perché dentro c’era tanto da fare e chi non era utile doveva stare fuori. Le ragazzine attorcigliavano metri e metri di milu. Le cassate, il cestino o contenitore della ricotta, era fatto di pasta di farina di grano saraceno, uova, sugna e un pizzico di sale, poi ciascuna famiglia aveva il suo ingrediente segreto che tramandava da madre in figlia: il vino bianco, il succo di limone o chissà cosa. La farina di Maiorca, quella doppio zero, arrivò molto dopo e con difficoltà nelle cucine di quelle donne dalle braccia forti e decise.

Fatto l’impasto un pezzo veniva dato alle bimbe o alle ragazzine che lo attorcigliavano con le piccole mani fino a farne un cordoncino che doveva reggere il bordo delle cassate u milu, appunto. Se era grosso non andava bene, doveva essere compatto e sottile.

Davanti alle case, cataste di frasche da ardere nei forni di pietra. Le donne più povere che non avevano il forno in casa, andavano dalle vicine a infornare quella cassata a testa, giusto per “sentire” la Pasqua. I poverissimi ricevevano le cassate in dono da chi ne aveva qualcuna in più o si accontentavano delle uova sode.

Tutto il Giovedì Santo era un brulicare di attività, il Venerdì Santo non si accendeva il fuoco e si faceva penitenza, quindi tutto doveva essere fatto prima che facesse buio.

Le vie del paese profumavano di dolci, di cannella, di un’attesa di festa, ma si era in Quaresima, guai a mostrare allegria prima della Domenica del Gioia, la domenica del Cristo Risorto dove anche le pietre delle case e del municipio sembravano ridere, allo scoccare del mezzogiorno, quando la folla urlante cantava l’inno del paese.

La sera del Giovedì Santo, gli uomini, tornavano dalla campagna. Nelle cucine, ceste intrecciate a mano contenevano il frutto di un giorno di lavoro: le cassate, dorate e colme di ricotta e tuma come Dio comanda. La penitenza vera, era non toccarle fino alla domenica, ma ogni tentazione veniva allontanata da nonne, zie e mamme messe a guardia delle ceste con minacce orali, di scomuniche e dannazione eterna, e corporali, di sonori ceffoni, a chi si avvicinava ai forzieri.

Le cassate erano il dolce di Pasqua e, come ogni cosa di quei tempi, dove le stagioni e le feste si riconoscevano da ciò che si mangiava, c’erano solo a Pasqua e il lunedì di Pasqua, se c’era stata abbondanza. Finita la festa sarebbe passato un anno prima di mangiarle di nuovo e così divenne detto comune “Cu nnappa nappa re cassati i Pasqua” per dire che chi è riuscito a mangiarle ha fatto bene, altrimenti deve pazientare fino alla Pasqua prossima.

Calato il sole della ancora giovane primavera, bisognava pulire tutto e vestirsi pè Sabburcara, andare in tutte le chiese e se non si poteva visitarle tutte, che era una fatica, almeno quelle più vicine ma in numero sempre dispari, e vedere i Sepolcri. Erroneamente si pensava di andare a visitare la tomba di Gesù, cosa improbabile visto che sarebbe morto il venerdì e non potevano seppellirlo il giorno prima, ma allora andava così, nessuno aveva spiegato che tutte le chiese avevano posto davanti all’altare un grande tappeto con fiori e lumini, con candele e piatti con i germogli di grano, non per fare la tomba di quel Dio Uomo, ma per ricordare il giardino del Getsemani dove Gesù pregò tutta la notte mentre gli apostoli dormivano.

Dopo un lungo giorno di lavoro, vestiti con gli abiti semplici, era Quaresima, ma puliti, il Giovedì Santo si andava tutti a visitare le chiese. Le chiese accoglievano quel popolo semplice e stanco e ciascuna chiesa dava il meglio di sé per far dire: – Hai visto quanto è bellissimo il sepolcro del Carmine?

– No, a me è piaciuto di più quello di Santa Maria La Nova, c’era sciavuru ru balucu.

E con l’odore delle violaciocche, u balucu, ci si ritirava nei dammusi, nelle carretterie, nei palazzi con i ricami di pietra.