Taci!

Il treno fischiò in lontananza e lei pensò la stessa cosa che pensava da anni. Sistemò meglio il piccolo che le succhiava il seno e guardò lontano senza vedere nulla. Teneva il bimbo con un braccio solo, era avido, era maschio. Rimase ferma con il bimbo in braccio, il seno scoperto, i capelli che le ricadevano scomposti lungo le guance. Aveva così tanta voglia di correre, correre in mezzo alle spighe, in mezzo all’acqua, correre e sentirsi l’aria addosso, l’aria che entrava dalle narici e mandava via quell’odore di… piscio, di sudore, di rassegnazione. Taci!

Entrò in casa, gli altri due si azzuffavano in cucina. Gli uomini sono fatti così, non lo fanno apposta, non ci possono fare niente. Mise il piccolo nella culla, tirò la poltrona malconcia di fronte alla credenza e per qualche secondo chiuse gli occhi ignorando rumori di stoviglie e urla dei bambini. Quando li riaprì fissò la credenza. Lo sguardo oltrepassò le ante sconnesse, i piatti di ceramica, i bicchieri spaiati, le tazze da caffè con i cerchi blu e si fermò sul muro. Ripercorse a memoria ogni petalo, ogni foglia che componeva il grande mazzo di fiordalisi. Taci!

Guardò il soffitto. Era bianco. Un grande foglio bianco. Avrebbe potuto disegnarci papaveri, viole, ibisco rosa. Ricordò la copertina di quel libro, in bella mostra nella vetrina del libraio. Ogni giorno, quando usciva da scuola si fermava a guardare quell’immagine, c’era una donna che sorrideva a un uomo, lui le porgeva un mazzo di fiori. All’inizio disegnò delle margherite, non erano molto belle ma imparò a usare la matita anche per sfumare i colori, fu un impegno costante, pomeriggi interi a provare e riprovare, e alla fine fece una rosa perfetta. Era felice! La rosa spiccava al centro del suo foglio ed era bellissima. Fece attenzione a non piegare il foglio e andò in cucina. Lei stava lavando i piatti e appena sentì i suoi passi si girò. Dio, come le batteva il cuore mentre porgeva a sua madre quella rosa perfetta. Sua madre non era bellissima come la signora del libro, ma a lei piaceva. Le piaceva tanto. Lei, si era asciugata le mani sul grembiule e aveva preso con delicatezza la sua rosa. Avrebbe voluto dirglielo che l’aveva amata tanto per l’attenzione che aveva avuto per la sua rosa. Non lo aveva mai fatto.

Suo padre era entrato in cucina urlando, era andato dritto da sua madre e le aveva mollato un ceffone. Conosceva bene quei momenti, avrebbe voluto fare qualcosa, reagire, ma non riusciva neanche a piangere per la paura e per non far dispiacere sua madre. Era rimasta ferma, mentre, invece, aveva tanta voglia di correre. Il secondo ceffone era stato peggio, tanto che il foglio con la sua rosa era volato in aria per poi cadere nell’acqua dei piatti sporchi. Vedeva un angolo del foglio spuntare dall’acquaio, il cuore le batteva tanto, sembrava che tutto attorno a lei tremasse, invece era solo lei a tremare.

<<Taci!>> Le aveva detto sua madre portandosi il dito sulle labbra, <<Taci!>>

Crescendo aveva riempito i quaderni di fiori e sentito sua madre spiegarle che suo padre non era cattivo, era un bravo uomo, ma gli uomini sono fatti così, non lo fanno apposta, hanno questi momenti e poi passano.

Poi era cresciuta ed era scappata con uno che conosceva da tre mesi e non l’aveva mai picchiata, in tre mesi non aveva mai alzato le mani, mai! Beh, aveva le sue idee e non gli piaceva essere contraddetto, ma niente ceffoni, mai. D’un tratto gli era venuta l’idea che gli uomini del palazzo la guardassero. Con una luce strana negli occhi e con un tono più alto del normale affermò che gli uomini guardavano lei. Lei aveva riso come ridono tutte le ragazze a vent’anni. A lui non era piaciuto che lei avesse riso e avevano cambiato casa e, per tenerla occupata, l’aveva messa incinta. Avevano cambiato quattro case prima di arrivare in quella stamberga isolata, in aperta campagna con il tempo scandito dal fischio del treno che sferragliava poco lontano. Era una tiepida mattina di primavera e lei era uscita con il bambino, erano andati in giro a raccogliere fiori. Aveva riempito i vasi di fiori di campo e la squallida sala da pranzo sembrava quasi gradevole. A nulla era valso giurare che nessun uomo era venuto a portarle quei fiori. L’aveva picchiata, colpita ovunque, per farle ammettere il tradimento, e poi si era accasciato accanto a lei, chiedendole perdono, piangendo come un bambino. Taci!

Nove mesi dopo era nato il secondo figlio. Aveva tanto desiderato una femmina, una femmina per spiegarle certi silenzi che non poteva dire, e poi d’un tratto aveva temuto che fosse femmina e pregato che nascesse maschio ma senza quei momenti degli uomini.

Un giorno tornando dal medico per dei controlli, si erano fermati a mangiare fuori e poi erano andati a comprare tante cose che servivano per sistemare la casa. Era stata una bella giornata e le sembrò il momento giusto per chiedere una cosa che desiderava da tempo: una scatola di colori. Fu davvero un giorno felice quello. Il giorno dopo, aveva cominciato a disegnare al centro del muro della sala da pranzo un enorme mazzo di fiordalisi, sarebbe stato bellissimo. Via via che i petali prendevano forma, sentiva dentro tanta nostalgia per sua madre che non vedeva da tanto tempo, troppo, perché lui non voleva che vedesse nessuno, neanche la sua famiglia, anzi, a maggior ragione la sua famiglia.

Aveva dato l’ultimo tocco di bianco e il mazzo di fiordalisi sembrava davvero uscire dal muro e prendere vita. Era perfetto. Era soddisfatta e triste allo stesso tempo. Più guardava quei fiori e più diventava triste. Il pianto del bimbo la distolse dai suoi pensieri. Scottava. Quando lui arrivò il bambino stava meglio, riposava accanto al fratellino. Guardare i bimbi che dormivano le dava un senso di pace, forse per quello, forse per quell’enorme mazzo di fiordalisi, forse per il fischio del treno, forse per quella cosa che le tremava dentro: gli chiese se poteva vedere sua madre.

Forse sbagliò momento, o forse non ci sarebbe mai stato un momento giusto: lui scagliò ogni cosa contro i suoi fiordalisi. Lei rimase ferma a veder picchiare i suoi fiordalisi, avrebbe voluto correre, rimase ferma, mentre i bambini piangevano, mentre lui urlando come un pazzo pisciava sul muro dove c’erano i suoi fiordalisi. Taci!

Il treno in lontananza fischiava e lei aveva sempre lo stesso pensiero. Lei era mia madre. Sulla scrivania ho la foto di lei con uno dei miei fratelli in braccio, è una mattina di sole e sono davanti alla casa dove sono nata. Lei non era bellissima ma a me piaceva, piaceva tanto. Mi raccontò dei suoi fiori, dei suoi silenzi, del suo modo di correre in mezzo all’acqua stando ferma. Mi ha insegnato a correre, a sentirmi il vento dentro, mi ha detto di parlare, di parlare forte, di farmi ascoltare, e se non mi avessero ascoltato di salire su una sedia e gridare più forte.