La festa delle donne e il rosolio delle zie

 

le donne…

la madre terra, rigogliosa e forte

la volubile e capricciosa luna

e tutte le donne in mezzo.

 

non mi piace la festa della donna come non mi piace la festa della mamma, quella del papà, adesso c’è pure quella dei nonni e non dimentichiamoci di quella del gatto.

non mi piacciono le giornate mondiali di qualcosa, mi fanno pensare al rosolio che le vecchie zie, tutte signorine e avare per statuto offrivano una volta l’anno.

quel rosolio dal colore ambrato, stava dentro una bottiglia panciuta dal collo di vetro lavorato e con il tappo dalla forma strana, una specie di pigna lasciata a metà.

nelle feste comandate, quando si andava a trovare le anziane donne, dopo gli avvolgenti abbracci di rito, ci si accomodava nel salottino buono tra cuscini e centrini di pizzo.

le zie erano quattro sorelle che chiamavo zie per rispetto, in effetti erano cugine di mia nonna, amavano far tutto da sole dal pane, ai dolci, al rosolio.

la casa, un susseguirsi di camere in ordine sparso, era linda e profumava di sapone, nonostante i mattoni fossero opachi, rilucevano al sole che entrava tra vasi di gerani e di rosmarino.

il salotto di velluto verde salvia era scomodo e più io crescevo più lo trovavo scomodo. in effetti c’erano dei cuscini che avrebbero dovuto sostenere la schiena ma erano rivestiti di veri capolavoro in pizzo candido, così non appena ci accomodavamo, una delle zie si affrettava a togliere i cuscini, accompagnando il gesto con la frase: “così state più comode”.

mia nonna che conosceva le sue cugine, prima di ogni cosa si accaparrava la sediolina accanto alla finestra, io e mia mamma sprofondavamo tra il velluto color salvia.

durante le visite domenicali, finiti i convenevoli, la zia più giovane che da poco aveva superato la settantina, andava in cucina e tornava con i biscotti, uno per ciascuno, e con il caffè che, per non fare male, era una miscela di caffè vero e caffè d’orzo. essendo io ancora piccola venivo risparmiata, mia madre non beveva caffè e quindi prendeva un bicchiere d’acqua dalla brocca di vetro trasparente coperta dall’immancabile centrino inamidato, mia nonna faceva buon viso a cattivo gioco. io che la conoscevo, leggevo perfettamente la sua espressione e soprattutto mi piaceva spiare il gesto di posare subito la tazzina, troppo velocemente, quasi a voler dire “anche stavolta fa troppo schifo”.

il giorno di san martino le zie facevano le frittelle. io cominciavo a pensarci da qualche settimana prima. le frittelle delle zie erano ineguagliabili: morbide, dorate, rotonde, perfette. venivano sistemate su un grande piatto di porcellana bianca cosparse di miele, di mandorle tostate e tritate, cannella e buccia di limone grattugiata. posso sentirne ancora il profumo, la consistenza e il sapore. i ricordi sono conservati dalla mente ma sono i sensi che li rendono indelebili.

il giorno di san martino, insieme alle frittelle le zie servivano il rosolio. tiravano fuori dalla credenza la panciuta bottiglia, quasi fosse una teca con un reliquiario, il vetro veniva pulito da una polvere inesistente con un tovagliolino mentre il liquido ambrato si dondolava ad ogni movimento.

sul vassoio minuscoli bicchieri di cristallo su un gambo di vetro opaco. i miei occhi di ragazzina seguivano quella cerimonia senza perdere un solo passaggio.

la zia versava il prezioso liquido in ogni bicchiere, un solo bicchiere era pieno solo a metà, poi con lo sguardo complice si rivolgeva a mia madre: – lo allunghiamo con l’acqua, per lei?

mia madre sorrideva: – una volta l’anno non le farà male.

 

ecco… queste “feste” mi ricordano quel rosolio.