Chapeau, Aldo Motta

Era una di quelle rare persone che hanno attenzione. Parlava e raccontava di mille cose ma senza mai trascurare chi aveva di fronte. Aveva un fascino antico, come un mobile d’altri tempi che il tempo e gli uomini hanno segnato senza riuscire a scalfirne realmente, la solida bellezza.
Prendemmo a chiacchierare come vecchi amici, eppure non ci eravamo mai visti. Mi portò nei suoi luoghi e nel suo tempo, facendomi rivivere la Catania di una volta, colorando le frasi e aspettando che fossi con lui, parte della sua storia. Raccontava e io, entusiasta e grata, lo seguivo. L’entusiasmo cancellava la brutta tosse che gli dilaniava il petto e, per contro, gli accendeva nello sguardo una luce birichina, mostrando il ragazzo, il giovane uomo che mai era morto dentro di lui.
Il tempo volò veloce e data l’ora, in un altro luogo, probabilmente, avremmo saltato il pranzo, ma l’assolata catania non permetterebbe a nessuno, catanese o forestiero, di restare a stomaco vuoto, così decidemmo di andare a pranzo fuori.
Lui aveva difficoltà a muoversi e gli era di aiuto il bastone, la macchina era una piccola utilitaria, mi sembrò normale accomodarmi nello stretto sedile posteriore e lasciare il posto davanti a lui.
Ricordo perfettamente l’espressione del suo viso: – Cosa fai?
Lo guardai, era piegato verso di me e non sembrava affatto incline ad assecondarmi.
Spiegai che per via del bastone e della facilità ad accomodarsi davanti, quella era la scelta migliore.
– Scendi e siediti davanti. Non sia mai che io mi sieda davanti a una donna.
Aldo era un ottantenne con seri problemi di salute, potrei dire un vecchio malato, ma Aldo non era un vecchio, era un gentiluomo sopravvissuto al tempo che usava i toni perentori e la gentilezza con la capacità di uno chef brillante.
Presi posto sul sedile davanti e lui, con difficoltà e caparbietà, sedette dietro. Sorridevo pensando alla sicurezza della sua voce, al tono che non ammetteva repliche e all’uomo che fregandosene dell’età e della malattia, era lì e decideva e proteggeva con la stessa facilità.
Andammo in un locale accanto al mare e lui fu attento che io e Angioletta stessimo bene, che il sole non ci desse fastidio e che fossimo comode. Il pranzo fu gradevolissimo, tra commenti e risate.
Quando lo riaccompagnammo a casa ci ringraziò per la bella giornata trascorsa e ci salutammo con un’invito a ripeterla.
Siamo stati molto bene, come capita, a volte, quando il tempo va da qualche altra parte e lascia lo spazio agli uomini.

Oggi vorrei avere un cappello e ripetere il tuo gesto elegante: Au revoir dernier Monsieur.

mcarmela