L’aria di Natale

L’aria di Natale era come quel motivetto che viene voglia di canticchiare appena svegli e senza un perché rimane in testa per tutto il giorno, a me rimaneva per tutto il tempo delle feste.  La nota d’inizio era data da: “Quando arrivano?”

Il Natale a casa mia, iniziava dal giorno dell’arrivo del parentado. C’erano letti ovunque e la grande casa, diventava una donna odorosa di dolci e di pane, dai fianchi larghi e dal limpido sorriso pronta ad accogliere tutti.

C’era, in un angolo della sala da pranzo, un bel presepe. Mia madre aveva comprato dei pastori grandi di ceramica che venivano messi in prima fila. Mio padre, con le scatole rivestite di carta roccia  faceva le montagne dove mettevamo i pastorelli piccoli. Con il das e i rami di mirtillo carichi di piccoli frutti neri, mio padre faceva gli alberi sui quali ci divertivamo a posare l’ovatta come immaginavamo fosse la neve, dato che nessuno di noi l’aveva mai vista. C’erano le casette in legno e l’immancabile specchio dove galleggiavano papere e anatre, tutt’attorno il muschio che avevamo raccolto in campagna. Il presepe era l’unico segno tangibile del Natale, non c’erano altri decori, non c’erano asciugamani natalizi né servizi da tavola in tema. Il Natale era un gran Natale!

Nei giorni precedenti mia nonna aveva stilato il menù e la lista della spesa fino all’Epifania. Erano tempi senza centri commerciali e la bottega sotto casa chiudeva per le feste comandate, come pure il fornaio e il fruttivendolo e nessuno si lamentava, bisognava avere un buon senso pratico e organizzativo e mia nonna era un abilissimo generale.

Qualche giorno prima dell’arrivo dei parenti, le stanze erano state tutte trasformate in camere da letto quadruple e doppie in base al numero dei componenti delle famiglie o in base all’età degli occupanti, gli anziani preferivano dormire da soli, noi bambini e ragazzini tutti insieme unendo i letti e facendoci i dispetti fino a quando non si crollava per il sonno. Io ero la più grande e quando andavamo a letto mi divertivo a raccontare storie di fantasmi che ci stavano benissimo con il vecchio palazzo e con i rumori di quelle notti affollate.

La mattina era il momento che preferivo. Il tavolo della cucina era stato allungato e allargato sui quattro lati per far posto ai grandi, noi piccoli avevamo un tavolo a parte, tranne per la colazione. Per la prima colazione del tempo di Natale la nonna tirava fuori una caffettiera enorme, faceva dodici caffè ufficiali, in effetti faceva tutti i caffè che servivano, non ne mancava mai uno. La regina della tavola era la grande moka lucida, accanto: latte, cacao in polvere e piatti e piattini colmi di dolci, biscotti e avanzi della cena. Se la caffettiera era la regina, il re era il grande piatto ovale con il pane fritto con l’uovo, quello salato e quello dolce. La colazione era una festa di sapori, odori, colori con tutti i sorrisi attorno. Mani e occhi si intrecciavano sui piatti tra commenti e battute, era tutto un passarsi di cose buone come l’amore semplice.

I giorni passavano tra giochi, spuntini e pranzi interminabili, noi avevamo tempo per litigare, azzuffarci, fare pace per sempre e giocare a nascondino in quel dedalo di stanze e gente in continuo movimento. A volte inventavamo giochi nuovi che andavano fino al giorno dopo e che continuavano durante le cene con sguardi complici.

La tombola dopo cena era un affare serio. Zia Mimmina, la cognata di mia nonna, conservava le cartelle a parte, per evitare che le prendesse qualcun’altro, il perché non si capiva visto che non vinceva mai. La nonna raccoglieva i soldi e faceva i premi, era inutile contestare, non si accettavano suggerimenti. Il cartellone all’inizio era di mio zio e di mio padre, solo più avanti passò a noi, fu un cambiamento storico! Noi piccoli avevamo le cartelle insieme, io e mio cugino, mia sorella e l’altro mio cugino, ogni numero che usciva dal sacchetto era un’emozione. Zio Vannino, il fratello di mio nonno, al secondo giro dormiva mentre la moglie brontolava sulla loro sfortuna al gioco, noi ridevamo per quel modo di rimbrottarsi a vicenda sempre uguale negli anni. In tv c’erano le comiche e tutt’attorno un forte profumo di mandarini che mia madre distribuiva, la buccia veniva fatta a pezzettini per segnare sulle cartelle i numeri che venivano tirati fuori. Oltre al profumo, i pezzetti di buccia erano più stabili dei fagioli e mia nonna evitava di lanciarci occhiatacce ogni volta che ci muovevamo e il tavolo traballava.

La tombola andava avanti fino a notte fonda, tra un giro di caffè e i vassoi di frutta secca. La notte di Natale a mezzanotte meno un quarto si smetteva di giocare. Zio Angelo prendeva lo spumante, zia Cettina apriva il panettone Motta e mentre mia madre sistemava i bicchieri noi aspettavamo di sentire il primo botto dei fuochi d’artificio. La mezzanotte era tutto un giro di baci e di auguri attorno al grande tavolo della cucina.

Dalla finestra si vedevano i fuochi d’artificio ma nessuno aveva voglia di uscire. Finito il brindisi e mangiato il panettone, mia nonna riportava tutti all’ordine e ridendo ciascuno tornava al suo posto. Zio Angelo teneva le monete nel contenitore della Citrosodina e visto che lui e la zia vincevano sempre, cambiava i soldi a tutti. Zia Mimmina cambiava le mille lire con un’aria mesta, noi facevamo le torri con le dieci lire e cambiavamo sempre le cartelle valutando con attenzione quelle che secondo dei criteri sempre nuovi e stravaganti, sarebbero state le più fortunate. La tombola era un affare serio che coinvolgeva tutta la famiglia ma era un divertimento continuo vedere zia Mimmina che chiedeva di ripetere i numeri, gli anziani che confondevano il sessanta con il settanta, i numeri che avevano una loro nomenclatura: il diciotto era Isola Bella, il quarantasette “morto che parla”, il quarantotto “asino cotto”, l’undici “gli sciocchi”, il tre “gattino”, uno “Pippinino” e così via.

Per riposarci, ogni tanto, alternavamo qualche giro al sette e mezzo. Noi, come sempre, prendevamo la carta in gruppo e mettevamo dieci lire ciascuno. Zia Mimmina che voleva rifarsi della perdita a tombola, teneva la carta ben coperta sul grande seno, purtroppo non aveva fortuna neanche a sette e mezzo, finiva per sbancare quasi sempre e allora arricciava il labbro con il rossetto un po’ sbavato e ripeteva che era inutile, non aveva fortuna! Mio nonno e zio Vannino sonnecchiavano facendo finta di parlare.

Tra colazioni, pranzi e cene, tra giocate a tombola, caffè e frutta secca, si arrivava all’Epifania sentendoci tutti parte del grande tavolo della cucina: appartenevamo al tavolo e lui apparteneva a noi.

Ci fu un Natale che arrivarono altri zii e cugini e non ci fu posto neanche per il presepe. Non c’era nessun decoro natalizio in quella casa dai soffitti alti e dalle camere da letto enormi e fredde, eppure, non ricordo un Natale più Natale di quello, i baci e lo scambio di auguri a mezzanotte sembrava non finire mai e nella confusione capitava di ribaciare una seconda volta la stessa persona. Fu annesso un altro tavolo e le cartelle della tombola furono divise equamente per far giocare tutti. Mia nonna, mentre mescolava sughi e impastava pagnottelle, assegnava compiti e mansioni con una logistica che avrebbe fatto invidia anche al buon Bonaparte. Le lenzuola felpate nelle stanze più fredde, le coperte elettriche agli anziani, calze da notte di lana e pigiamoni per i bambini e una buona tazza di acqua canarina con l’alloro per tutti. Dagli armadi usciva un numero impensabile di coperte, le stufe venivano spostate da una stanza all’altra e mio padre provvedeva a riempire di legna lo scaldacqua che andava come una locomotiva.

Era l’aria del Natale che respiravamo tutti, con quell’aria costruivamo ricordi.

Non avevamo doni da scartare, noi bambini ricevevamo i doni per la festa dei morti, a Natale i nonni ci davano dei soldini che sarebbero serviti per comprarci qualcosa. I regali sotto l’albero erano solo nei film in tv ma erano cose che non ci appartenevano, erano lontani da noi, come la neve e i pupazzi di neve, non ne sentivamo la mancanza.

L’Epifania arrivava sempre con un magone che partiva dallo stomaco, i motivi c’erano tutti.

Fisicamente lo stomaco si era arreso già dopo il pranzo del primo dell’anno, e l’acqua con la buccia del limone e l’alloro non serviva più a facilitare la digestione. Mia nonna distribuiva Citrosodina, antiacidi e bicarbonato alternandoli a caffè, tè e tisane.

Gli adulti cominciavano a fare le valigie e noi cominciavamo a fare i conti con i sensi di colpa per i compiti rimandati. I grandi la chiamavano stanchezza, per noi era solo una tristezza che non riuscivamo a gestire se non litigando per motivi inesistenti.

Mia nonna rimetteva la tombola nel sacchetto e l’avrebbe conservata nel suo armadio fino al Natale successivo.

La casa si svuotava, il vecchio tavolo della cucina tornava alle sue dimensioni normali. C’era qualche piatto in meno, un po’ di bicchieri mancanti, qualche posata che nella confusione era finita nella spazzatura, c’era una montagna di roba da lavare, i letti da riporre in soffitta e tra una cosa e l’altra spuntava una giacchetta dimenticata, un paio di ciabatte, un guanto, ricordi di quell’aria di Natale che era passata lasciandoci qualcosa, come sempre.