Le tazze azzurre

 

La zia Rosina aveva delle tazze azzurre per il caffè della colazione.

Non erano le tazzine importanti del servizio di porcellana fine, quelle che usava quando venivano le amiche nei lunghi pomeriggi invernali.

Le tazze del mattino erano di ceramica, tutte azzurre senza decori, stavano su dei piattini spaiati, uno era azzurro come la tazza e l’altro era verde.

Il caffè del mattino lo prendevamo in cucina, sul tavolo attaccato al muro. Era un tavolo piccolo di legno che reggeva il riassunto della vita di zia Rosina. Bollette da pagare tenute ferme da un piattino bianco usato a mo’ di posacenere, riviste di giardinaggio e decoupage, con sopra dei libri gonfi per via dell’abitudine di usare qualsiasi oggetto come segnalibro, poteva essere una penna, una posata o un altro libro. Nell’angolo del tavolo c’era la fruttiera con le arance, le mele, le chiavi di casa, le noci, la ricetta di qualche dolce, un block notes dai fogli gialli con la lista delle cose da comprare, un cavatappi, un accendino e qualche tappo di sughero. Vicino alla fruttiera un vaso di coccio con l’edera.

Alla fine, del tavolo restava ben poco, giusto lo spazio per due tovagliette di giunco e una piastrella rettangolare blu che fungeva da vassoio e da poggia pentola.

La mattina il caffè era silenzioso, come un abbraccio. Il rumore della caffettiera, quello della biscottiera sulla piastrella blu, e poi il contatto con la tazza calda di caffè.

Raramente ho trovato qualcosa di più intimo della cucina di zia Rosina, del caffè del mattino con noi due attorno. I capelli spettinati, un sorriso appena fatto, e negli occhi qualche brandello dell’ultimo sogno.

Ci guardavamo sopra le tazze azzurre e d’un tratto lei cominciava: – Dobbiamo decidere una cosa bella da fare oggi e stare attente a non lasciarci scappare la cosa bella che accadrà.

Zia Rosina era fermamente convinta che ogni giorno a ciascuno degli uomini è concessa una cosa bella, anche ai meno fortunati, anche a chi soffre, solo che non tutti lo sanno e non sanno riconoscerla. Lei riusciva a scovarla sempre. Ogni sera guardava fuori dalla finestra, oltre i vasi con gli aromi e altre piante che occupavano la mensola della cucina, e sorrideva: – Anche oggi ti ho beccata!