Giorni d’autunno.

L’alba arrivava lenta con il ritmo degli zoccoli sul selciato e gli scossoni del carretto carico di sogni interrotti. Avanzava la carovana ancora silente. Dormivano i piccoli, tra sacchi di iuta e gerle intrecciate da vecchie mani esperte. Fingevano di dormire i giovani, un po’ per non essere spronati, un po’ per custodire ancora quei loro pensieri. Cettina, guardava suo marito Bastiano assecondare il mulo che, senza fretta, chiudeva la fila. Il cielo limpido d’autunno schiariva.

L’uliveto del barone Peralta era in cima a una collina, un appezzamento poco felice, tra rocce, pietre e dure zolle, tutto ciò rendeva la raccolta delle olive più laboriosa e difficoltosa rispetto ai terreni a valle, comodi da raggiungere e facili da tenere puliti.

Tuttavia, gli ulivi secolari di quel terreno sconnesso non conoscevano anni di magra, avevano grappoli di piccole olive in ogni parte della folta chioma argentea che appesantita dai frutti tendeva i rami verso il basso. Ciascuno aveva la sua teoria per l’abbondanza della raccolta, ma su una cosa erano tutti d’accordo: l’olio di quel podere era il migliore di tutta la zona perché gli alberi godevano di quella vista magnifica. I campi, come scampoli di stoffa dalle varie tonalità di verde e marrone, arrivavano fino al mare, ed era quella brezza che rendeva l’olio del barone Peralta così profumato e intenso.

Arrivati a destinazione, i carretti vennero sistemati prima della ripida salita. Non ci fu bisogno di dare istruzioni, ciascuno aveva il suo compito e sapeva cosa fare. Mani forti e nerborute presero scale e seghe; mani forti e instancabili per necessità, presero bimbi, sacchi e gerle; mani giovani si appoggiarono alle fiancate dei carretti per scendere con un salto, per gioco o spavalderia o solo per onorare l’età. Cettina afferrò il rotolo dei sacchi e guardò avanti verso il primo carretto della fila.

Matteo si attardò a sistemare i finimenti del suo cavallo, controllò ancora una volta che il carretto fosse vuoto e che sua moglie Rosetta e i suoi ragazzi fossero con gli altri.

Cettina accelerò il passo quanto le permetteva il terreno in salita, il peso dei sacchi che teneva sulla testa e la bummula d’argilla con l’acqua. Nonostante l’alba di quei primi giorni d’autunno fosse fresca, aveva le guance colorite e forse avrebbe fatto meglio a lasciare lo scialle insieme alle altre cose nel carretto. Accaldata, cercò di liberare il collo dalla lana, il movimento fece cadere il rotolo che reggeva in bilico.

Matteo la raggiunse in un attimo e prima che lei trovasse qualcosa da dire lui era già avanti con i suoi sacchi sulla spalla.

Quando furono tutti insieme, si divisero in tre gruppi e circondarono altrettanti alberi. Don Turi U Saracinu, chiamato così per via della sua pelle scura e coriacea, diede il fischio d’inizio e come api laboriose tutti si diedero da fare.

Come sempre, sarebbe stata un’ottima annata, i regali, maestosi alberi erano carichi. Qualche donna anziana si fece il segno della croce e poi cominciò a pelare i rami bassi strappando con le dita adunche quante più olive poteva. Lisetta attaccò a cantare una vecchia canzone e tutte le donne si unirono. Una pioggia di frutti preziosi tintinnava mettendo allegria e alleviando la fatica. Gli uomini sulle scale in bilico tra giovani rami, si dondolavano impavidi: nessuna oliva sarebbe rimasta sull’albero. Cettina cantava senza troppa convinzione, anzi, a un certo punto smise proprio e si dedicò a raccogliere le olive sparse tra zolle di terra e pietre. Era normale che le olive cadessero un po’ ovunque, che colpissero anche chi stava sotto l’albero, ma alla terza volta, Cettina alzò gli occhi. Matteo, in cima alla scala, la guardava divertito, raccolse un’oliva la baciò e la tirò verso di lei colpendola.

Cantava Lisetta a squarcia gola dando il tempo alle mani che si muovevano svelte tra le lunghe foglie grigie. I ragazzi e le ragazze tacevano, lasciando parlare gli sguardi che arrivavano lontano. Si dondolavano gli ulivi al ritmo di quegli uomini che cantavano sulle scale, che dalle scale guardavano il mare e i loro amori.

Cettina andò a prendersi dell’acqua. Il sole era alto in un cielo senza nuvole. Presto i bambini avrebbero chiesto da mangiare. A guardarli sembrava una festa, intere famiglie che ripetevano i gesti di sempre, che sarebbero stati i gesti di chi sarebbe venuto dopo.

Don Turi U Saracinu fischiò e i ragazzi sorrisero. Gli uomini scesero dalle scale, le donne presero i canovacci di tela avvolti e annodati e tutti si diressero sotto l’ombra dell’ulivo grande.

C’era quell’odore di terra, di pane, di vino. C’erano quelle mani che si passavano il formaggio fresco, l’uva, il pane con i pomodori secchi e l’olio. C’erano quei volti così simili eppure così unici che comunicavano tra loro in mille modi.

Matteo tagliò un pezzo di pane e lo porse a Rosetta. Cettina prese il vino e andò a portarlo a Bastiano che parlava con Peppino.

I giorni d’autunno avevano una luce nuova, la terra aspettava le piogge che il cielo prometteva e gli uomini respiravano quel tempo, che più di ogni altro, avrebbe riempito le case di cose buone.

Dopo pranzo il giorno passava in fretta, i sacchi pieni venivano caricati sul carretto di don Turi che li avrebbe portati al palmento. Il barone Peralta aveva la precedenza, le olive non possono stare troppo tempo dopo la raccolta, vanno macinate subito per avere l’olio migliore e questo il barone lo sapeva. Cettina che aveva riempito il suo sacco fece per spostarlo, era pesante e si girò per prenderlo meglio. Matteo comparve all’improvviso e senza fatica, si caricò il sacco sulle spalle. I loro sguardi si incrociarono ancora, quello di lui divertito, quello di lei minaccioso.

Cettina era gelosa di quell’uomo che non le sarebbe mai appartenuto. Oh si, lui le diceva, le giurava, che a lei appartenevano il suo il cuore e la sua mente, ma intanto era Rosetta a dividere il letto con lui. Da quando si erano incontrati, Matteo era stato felicità e tormento. Nei loro momenti rubati le sembrava che l’intero mondo fosse partecipe e complice di quell’amore sbagliato. Sbagliato? Chissà se poi era sbagliato veramente.

Il sole scendeva lento tra i rami degli ulivi, le donne sgridavano i perditempo, e gli occhi degli amanti si cercavano nell’ombra che si allungava.

Cettina guardò i carretti che cominciavano ad animarsi giù in fondo al podere, dove la luce non arrivava più. Chissà come era venuta l’idea di piantare degli ulivi in un posto così sbagliato, non era un buon terreno, c’erano troppe pietre e rocce per poter lavorare quelle dure zolle di terra, eppure gli ulivi erano rigogliosi e pieni di vita. In fondo, chissà se davvero, quello, era un posto sbagliato.

Matteo le passò accanto fischiettando e le sembrò di sentire il profumo del mare.

La sera, lenta avanzava, riempiendo l’aria. I carretti scendevano a valle carichi di raccolto e di uomini stanchi. Il rumore degli zoccoli e delle ruote sulle pietre dava il tempo al giorno che finiva. Ogni tanto si sentiva il latrato dei cani che sentivano il passaggio della carovana. La campagna profumava di pace, una grande pace di terra e di uomini.