Silenzi e parole

Il barattolo del caffè era sempre stato sul ripiano accanto allo zucchero. Era un barattolo di latta verde scuro con decori floreali, la dalia rosa era leggermente scalfita. Il tappo aveva il bordo ammaccato proprio vicino al gancio di metallo che lo bloccava. Quell’ammaccatura rallentava un po’ l’operazione della chiusura. Per poterlo chiudere, bisognava che il bordo coincidesse con la parte sottostante. Nessuno mai aveva pensato di cambiare barattolo.

Maggio 2003

Dalla finestra della cucina una lama di luce tagliava il tavolo quasi a metà. Lui era, come al solito, vestito di tutto punto, i radi capelli bianchi pettinati all’indietro, la cravatta perfettamente annodata, anche se il colletto della camicia era più largo di almeno una taglia. Accese la radio e un brusio fastidioso riempì il silenzio. Si chinò e cominciò a spostare la manopola della sintonia per cercare la stazione radio.
Lei entrò trascinando le pantofole sui mattoni lucidi. Dalla vestaglia aperta si vedeva un pigiama azzurro. Al centro del pigiama c’erano due papere colorate, erano un’esplosione di colore. Sembravano così fuori luogo con il viso di lei, con l’espressione seria dei suoi occhi.
– Buon giorno.
– Buon giorno a te. – rispose lui senza voltarsi, continuando ad armeggiare con la radio.
Lei aprì il frigo e prese il latte.
– Credo che la radio si sia rotta, non arriva nessun segnale.
– Bene, almeno oggi cominciamo con una buona notizia.
– Cosa c’è ora? Ti da fastidio che io ascolti il notiziario?
Lei posò con forza il bricco del latte sul ripiano della cucina, gocce di latte schizzarono sul legno lucido e sulle sue mani.
– Ci sono tante cose che mi danno fastidio, papà. 
Lui si girò a guardarla – Guarda che non sei l’unica, non si può vivere senza provare fastidio per qualcosa o per qualcuno. Il fastidio è quel senso di repul….
– Papà, ti prego! Non alle sette del mattino.
– Bene, visto che non ascoltiamo il notiziario, vogliamo parlare del tuo aspetto? O del tuo ridicolo pigiama?
– Ho quarantasette anni e so qual è il mio aspetto alle sette del mattino. Per quanto riguarda il mio pigiama, a me piace e questo mi sembra un motivo valido, quindi credo che continuerai a vederlo.
Sapeva benissimo che a suo padre quel pigiama non sarebbe piaciuto, sin da quando lo aveva visto, ma lo aveva comprato lo stesso.

Era passata appena una settimana. Le sembrava così lontana Parigi, ma non era una lontananza nello spazio. Era come se appartenesse a un tempo diverso, quando lei era un’altra. L’altra lei che le piaceva di più, quella che con l’elmetto e la tuta da lavoro comandava squadre intere di uomini e che a volte litigava con loro ma mai aveva visto incrinarsi il loro rispetto. Quella che il sabato mattina si metteva sull’auto e andava in giro per la Francia, scoprendo piccoli borghi medioevali, campagne dai colori stupendi, ruderi e chiese, poste come sentinelle a distese di vigneti. Dov’era ora quella parte di lei, ora che le serviva? Probabilmente era rimasta a Parigi a continuare la sua vita, lontano, tanto lontano dalla frustrazione.

Guardò il suo pigiama, si accorse che tutto sommato non le piaceva neanche, eppure non le era parso così appena una settimana prima. Ripensò alle stradine di Parigi che tanto l‘avevano affascinata. Non alle strade chiassose e brulicanti del centro ma alle viuzze della vecchia periferia, che odoravano di cibo, di spezie. Dove il francese aveva una cantilena particolare, dove il rumore era umano.
Il giorno prima di partire era uscita per comprare le ultime cose. Era una giornata splendida, di quelle piene di sole, quando la primavera solletica i sensi e smuove antichi istinti all’interno della mente, Quel qualcosa che nel corso dei millenni è stato coperto da strati di “civiltà”, che in certi giorni particolari, scatta come un orologio biologico a dispetto di clessidre, cronografi o satelliti: la consapevolezza di essere vivi e di far parte di qualcosa di grande e meraviglioso. Lei si era sentita viva, stranamente euforica. Un vento leggero le aveva scompigliato i pensieri ed era stata sul punto di credere che poteva ancora cambiare le cose. Un’idea folle e colorata come quelle due papere, con le cuffiette a quadri. Immaginava suo padre, il Professore, avrebbe storto il naso, le avrebbe detto che era inopportuno o improprio, per una donna della sua età, e a quel punto lei avrebbe sorriso e avrebbero scherzato sul pigiama dalle buffe papere. Questo pensava a Parigi, in una splendida giornata di sole, appena una settimana prima.

La sera che era arrivata a casa, suo padre non c’era, immaginò fosse al circolo. Eppure lei lo aveva avvisato, gli aveva detto che sarebbe rientrata con un taxi alle 19,00. Aveva trovato la casa al buio, silenziosa e fredda. La gioia era scomparsa per dar posto, prima alla delusione, poi alla rabbia. Aveva gettato i bagagli in camera sua, aveva fatto la doccia ed era andata a letto, rigirandosi sotto le coperte fino a quando non aveva sentito il portone che si apriva. Allora era rimasta immobile, gli occhi chiusi e le orecchie tese. Aveva lunghi anni di esperienza in quel campo, avrebbe potuto descrivere ogni gesto di suo padre, anticipandone le mosse, come un giocatore di scacchi che sa di aver vinto la partita. Erano sempre gli stessi gesti, spiati, sentiti, immaginati mille e più volte.

Lui entrava con il cappello in mano. Accendeva la luce, toglieva le chiavi dalla serratura, chiudeva piano la porta. Posava, il cappello sulla mensola accanto allo specchio, le chiavi accanto al block notes dove venivano annotate le chiamate per lui. Prendeva il taccuino, lo sfogliava con attenzione, poi lo rimetteva a posto, quindi si toglieva il cappotto o la giacca. Spegneva la luce dell’ingresso, accendeva quella del corridoio e andava dritto fino alla porta della camera dove lei faceva finta di dormire. Anche quella volta, come tutte quelle precedenti, il tocco leggero alla porta non ebbe risposta. Suo padre bussò ancora, lei non rispose, lo sentì allontanarsi.
Cosa si era messa in testa? Credeva che bastava avvisarlo del suo arrivo e lo avrebbe trovato sul pianerottolo di casa a braccia aperte, ansioso di vederla? Si sentì molto stupida. 
La mattina dopo si era svegliata di pessimo umore, non aveva nessuna voglia di parlare con lui. Era entrata in cucina già vestita, pronta per uscire. La tavola era apparecchiata per la colazione. Lui era accanto alla finestra, l’aveva salutata, poi aveva rivolto l’attenzione alla radio e, quasi senza guardarla, le aveva chiesto: – Sei stata bene?
Avrebbe voluto che la sua voce fosse stata più ferma, senza quella incrinatura stonata, quando gli aveva detto: – Dov’eri ieri sera?
– Al caffè letterario c’era la presentazione dell’ultimo libro di un mio amico.- Il tono di lui era stato, come sempre, calmo senza alcuna inflessione che tradisse un qualsiasi sentimento, era come se leggesse il bollettino meteorologico.
Come sempre, il radiocronista aveva poi riempito il silenzio con la sua voce monotona e il giorno era andato avanti in qualche modo. Così erano trascorsi i suoi primi giorni a casa di suo padre, come sempre del resto, “il dialogo di due assenze”, lo chiamava lei. Se al mattino trovava qualcosa che scongelava nel lavello, voleva dire che suo padre avrebbe cucinato per il pranzo, se voleva cucinare lei bastava che la sera prima andasse a fare la spesa, il messaggio era chiaro. Per il resto, le parole erano davvero poche tra loro due. Ciascuno con i suoi impegni, con i suoi orari, con la sua libertà da gestire, stando bene attento a non invadere quella altrui.

Per tutta la settimana il pigiama con le papere era rimasto in fondo a un cassetto insieme al ricordo di quel giorno luminoso. L’idea di tirarlo fuori era arrivata insieme alla decisione di presentarsi in cucina ancora in disordine, e spettinata, tutte cose che sapeva avrebbero irritato suo padre molto di più di quanto lui stesso avrebbe ammesso. Sapeva benissimo quanto quel cambiamento di programma lo avrebbe infastidito. Era più che mai decisa a scuotere quell’imperturbabilità che lo poneva su un trono in cima a una torre, così lontano ed estraneo da tutto e da tutti.

La caffettiera era sul gocciolatoio del lavello. Lei la metteva lì tutte le sere, prima di andare a letto. La apriva e l’appoggiava sul gocciolatoio per la mattina dopo. La parte superiore, con il manico di bachelite nero lucido, accanto il filtro, poi la base, capovolta, con le sfaccettature di alluminio. Aveva sempre fatto così. Quella caffettiera era nuova, aveva ancora la guarnizione bianca e il filtro non ancora impregnato di caffè era pulito. Non aveva fatto molti caffè.

Lei cercò i suoi occhi, trovò uno sguardo distratto. Lui si girò quasi subito, prese il vasetto della marmellata, il pane e il tagliere. Aspettò che lei si spostasse per prendere il coltello. I suoi gesti erano calmi, precisi, erano i gesti di sempre. Dentro le tasche della vestaglia le sue mani si chiusero a pugno, strinse forte, fino a conficcarsi le unghie nei palmi. Non c’era niente di nuovo, solo la sua agitazione. Sentiva l’irritazione montarle dentro. Guardò fuori. Non avrebbe mollato, non quella mattina. Prese la caffettiera e cominciò a prepararla. Sentiva dietro di lei il rumore del barattolo della marmellata che si apriva, il latte che cadeva nella tazza.
– E’ mia ferma convinzione che avere un aspetto pulito e ordinato migliora l’umore proprio e delle persone che ci stanno accanto.
– L’hai detto papà, è una tua convinzione. Purtroppo non è l’unica.- concluse con sarcasmo.
– Va bene la confettura di mirtilli?
Quella calma era acqua sul fuoco, per lei. – Benissimo.

Erano passati tanti anni da quando aveva visto lo sguardo di suo padre pieno di tristezza, aveva una luce strana, ma era stato un attimo. Forse non era stato neanche vero, forse lei aveva solo immaginato la disperazione in quegli occhi, forse era solo il bisogno di vedere suo padre disperato. Lei era ancora una ragazzina, magra come un chiodo e con gli occhi troppo grandi e troppo avidi di risposte. Era tornata da scuola, c’era la porta di casa aperta e gente che entrava. Il cuore aveva preso a batterle forte. Era entrata cercandolo. Lui era davanti alle scale, parlava con degli estranei. Appena l’aveva vista le era andato incontro, l’aveva guardata dritto negli occhi e aveva detto: – La mamma è morta. Vai in cucina, c’è la zia, ti spiegherà tutto lei.

Lo aveva visto girarsi e andare nel suo studio con gli uomini che lo aspettavano. Lo odiò. Odiò la sua casa, odiò perfino sua madre che era morta in quella splendida giornata di giugno. Le sembrava che tutto fosse contro di lei. Erano anni che sua madre stava male, l’inverno era stato terribile, i ricoveri, le bombole dell’ossigeno vicino al letto, il rantolo che la notte la teneva sveglia. Quel rantolo che non sopportava più e che, al tempo stesso, temeva che finisse non appena lei si fosse addormentata. Ma l’inverno era passato, la primavera aveva colorito un po’ le guance diafane di sua madre, l’aria calda e l’odore dell’estate avevano acceso nuove speranze. Perché dunque morire una settimana prima del suo compleanno.

Quanto si detestò per averlo pensato. C’erano voluti molti anni per attenuare quell’orribile senso di colpa. La rabbia per suo padre invece tornava sempre vivida, ogni volta che pensava al dolore sordo che aveva provato, sola, davanti alle scale mentre lui si chiudeva nel suo studio. Non le era dispiaciuto andarsene via da quella casa. Sua zia l’aveva colmata d’amore, ed era cresciuta bene, aveva studiato all’estero ed era stata forte e indipendente. Viveva a Parigi, era un architetto e guadagnava bene. Era sopravvissuta a due matrimoni falliti, si era abituata al silenzio di una casa vuota, e aveva tenuto duro. Non aveva figli, non ne aveva mai voluti, non le erano mai piaciuti i bambini ed era sicura che non sarebbe stata una buona madre, almeno questo errore lo aveva evitato. Non riusciva neanche a tenersi un uomo accanto, come avrebbe fatto a crescere un figlio e ad impedirgli di andarsene via da lei? Non gli era andata bene con i rapporti affettivi verso i suoi simili.

A parte sua zia e qualche amica, non c’erano altre persone alle quali importava della sua esistenza in vita. C’era il suo primo marito, che ogni tanto la chiamava per sapere come stava. Lei non parlava molto in quelle occasioni, si limitava a dire che andava tutto bene. Allora lui, forse per togliere l’imbarazzo di quel silenzio troppo pesante, cominciava a descriverle il luogo del suo ultimo viaggio. Non erano le solite cose da depliant, erano piccole stradine nel cuore del Brasile, o un cortile in un paesino della Spagna dove i muri delle case erano coperti di gerani, o un bar che aveva trovato per caso, alla periferia di un qualche città, e dove aveva mangiato qualcosa dal nome impronunciabile ma dal gusto indimenticabile. Le piaceva sentire il suono della sua voce, delle sue risate contagiose, ma con lui aveva sempre un atteggiamento neutro, cordiale ma distaccato, in modo che lui non si sentisse costretto a richiamarla, così capitava che tra una telefonata e l’altra passassero mesi.

Nella vita non contano solo le relazioni sociali, amava ripetersi, lei aveva fatto una splendida carriera, tutta da sola, non aveva niente da rimproverarsi. Niente che potesse giustificare il disagio che provava quando era con suo padre. Lei era diventata una donna matura e lui un uomo ormai anziano, ma ciò nonostante quando erano vicini, si sentiva ancora una scolara davanti alla commissione d’esami. Le prendeva un dolore sordo allo stomaco, cominciava a muovere le mani come se agissero sotto un impulso al di fuori della sua testa. Si rendeva conto che il sentirsi così a disagio era completamente fuori luogo, ma il fatto di esserne consapevole non aveva mai migliorato le cose. Odiava sentirsi in quel modo tuttavia non faceva niente per evitarlo. Mai. Chissà perché aveva scelto proprio quella mattina per rompere un ritmo, magari fastidioso, ma che comunque durava da quando aveva memoria. E’ come il gocciolio di un rubinetto che perde, è snervante, continua inesorabile, sempre uguale, poi d’un tratto qualcuno lo chiude, perché aspettare dunque? Tutti quei minuti con quel ticchettio infernale, perché aspettare che diventi infernale? E lei cosa stava facendo? Lei non aveva intenzione di chiuderlo quel rubinetto, lei lo stava aprendo completamente. Sarebbe uscita tutta l’acqua di un intero fiume da quel rubinetto e forse lei sarebbe annegata in quel fiume.

Aveva passato una nottataccia. Si era svegliata nel cuore della notte, madida di sudore, era trascorso un tempo interminabile prima che si rendesse conto di essere sveglia e di essere a casa di suo padre. Tra l’incubo e la realtà aveva annaspato nel buio in cerca dell’interruttore della lampada, in preda al terrore si era resa conto di non essere nel suo letto, la lampada era sempre stata sul tavolino alla sua destra. Aveva serrato ancora di più gli occhi. Poi si era accorta che il letto era piccolo, era un letto a una piazza, qualcosa nel suo cervello si era messo in moto: non era nel suo letto a Parigi. Aveva alzato la mano sulla sua testa e aveva trovato l’interruttore, un palloncino azzurro si era illuminato e ogni oggetto aveva ripreso la sua forma. Lentamente il suo respiro era tornato regolare. Ancora una volta aveva fatto il sogno che l’aveva tormentata tanti anni prima. Credeva di essersene liberata per sempre, invece era tornato, uguale.

Tutte le finestre della sua casa erano spalancate, era una luminosa giornata d’estate. C’era tanta gente in salotto, uomini e donne che ridevano e si divertivano. Suo padre, al centro di un gruppetto, mangiava panini con la marmellata. Aveva marmellata sulle labbra e macchie di marmellata sul bavero della giacca, e rideva, rideva di gusto. Tutti gli ospiti ridevano. Al piano di sopra sul letto che era stato di sua madre, c’era lei, collegata con tanti tubi alla bombola dell’ossigeno. Lei sentiva suo padre ridere e voleva chiamarlo per farsi aiutare a togliere i tubi, ma non aveva voce, allora si divincolava, si dibatteva tra i tubi di gomma, e i tubi la stringevano ancora di più. Poi d’un tratto le risate finivano, sentiva solo silenzio. Allora cominciava ad aver paura, suo padre era andato via con gli ospiti e lei era rimasta da sola legata dai tubi e sarebbe morta perché suo padre non sarebbe tornato più.

Come tutte le volte precedenti si era svegliata in preda all’angoscia. Aveva fatto un respiro profondo, si era alzata e aveva fatto un bagno caldo. Immersa nell’acqua profumata si era rilassata pensando agli odori del mercato sotto casa sua. Decise che il giorno dopo sarebbe andata a fare la spesa e avrebbe cucinato qualcosa di particolare, magari del pesce. Quando aveva finito di asciugarsi era ancora troppo presto per restare sveglia, aveva tre ore buone di sonno, prima che la giornata riprendesse regolarmente. Dal cassettone aperto si vedeva il pigiama con le papere, sorrise, lo aveva indossato ed era tornata a letto.

La caffettiera sbuffò, il vapore uscì dal beccuccio. Delle gocce di schiuma scura uscirono dalle feritoie, scivolarono lungo il tubicino diventando due canali liquidi. Il liquido ancora denso iniziò a gorgogliare. L’aroma del caffè riempì l’aria. Piccole goccioline scure si sparsero attorno al fornello. La fiamma sfrigolò.

Lei prese due tazze, due piattini e la zuccheriera, li posò sul tavolo.
– Lo sai che non prendo mai il caffè a casa. Perché hai preso due tazzine?
– Lo so che tu prendi il caffè alle 10,30 al circolo. Bene, oggi il caffè lo prenderai qui, con me, adesso, ecco perché ho preso due tazzine. – questa volta la sua voce le era sembrata più ferma.
Lui la guardò negli occhi, vide uno sguardo determinato. – Quante novità in un giorno solo. C’è qualcos’altro che devo sapere?

Sotto alle papere colorate il seno le si sollevava con un ritmo sempre più veloce. Sapeva di essere vicina al punto di non ritorno. Poteva lasciare perdere e tornare indietro, poteva ancora. Niente cambiamenti, tutto come prima, come sempre. Le sue domande sarebbero state ancora senza risposte. Le cose non dette sarebbero state sempre lì, tra di loro. Gli diede le spalle e guardò fuori, il cielo sopra i tetti dei palazzi prometteva un giorno nuovo di zecca. – Perché scappi sempre da me?

Non ebbe nessuna risposta, solo silenzio, un silenzio pesante, carico di troppe cose. Si girò a guardare suo padre. Cos’era quella luce strana in quegli occhi sempre distanti? Sorpresa? Smarrimento?  L’ansia diventò eccitazione. Lui sostenne il suo sguardo poi qualcosa mutò, la sua voce divenne sprezzante: – Questa poi! Ma cosa c’è oggi? Cos’è depressione da menopausa?
– Bene, vedo che la cosa ti coglie di sorpresa.
– Cosa ti è successo? Ti ha lasciata il tuo maschio di turno?
Questa volta il tono del professore si era alzato, le sillabe erano state pronunciate tutte insieme, senza pause, le parole erano state prese a caso, come dei sassi, presi troppo in fretta per ferire, o per difendersi, da un pericolo che arriva senza nessun preavviso.
“Coraggio papà, prova a tirare fuori un po’ di rabbia.” pensò lei con una punta di soddisfazione. “Scendi dalla tua torre e vieni a vedere come si sta qui.”

I suoi occhi erano freddi come due lame d’acciaio. Non sarebbe stato facile ma era disposta a giocarsi tutto, questa volta il Professore doveva scendere in campo e combattere di persona. Si accorse che la mano che stringeva il cucchiaio tremava leggermente. Era una mano ossuta, le vene bluastre sporgevano sotto la pelle sottile. Tornò a guardarlo negli occhi.  Il silenzio si era protratto un po’ più del necessario, era successo qualcosa di impercettibile che aveva cambiato gli umori.
– Mi hai lasciata tu papà, tanti anni fa.- Lo aveva detto, finalmente, aveva pensato per anni di urlarglielo contro, invece lo aveva detto semplicemente, come un pensiero appena nato. Aveva ascoltato le sue stesse parole. Aveva osservato gli occhi di suo padre. Per la prima volta lo aveva visto incerto, le guance arrossate per quell’attimo di confusione, o comunque di qualcosa che lo rendeva vulnerabile.

Avrebbe dovuto godersi la vittoria, invece si sentiva solo svuotata.
– Se ti riferisci a quando è morta tua madre, io non ti ho lasciata, ho lasciato che tua zia si occupasse di te perché era la soluzione migliore, non credo che avrebbe potuto fare meglio, né lei né nessun altro.
– La soluzione si trova per un problema, io non ero un problema ero tua figlia.
– Sono passati tanti anni, perché parlare ancora di vecchie storie. Tu sei una donna, ti sei fatta la tua vita a che serve rivangare un passato che non tornerà più.
– Non è un passato, è la mia vita. Tutta la mia vita senza di te. Tutti i giorni che mi sono imposta di non cercarti, tutte le lacrime che ho ricacciato indietro, tutte le volte che compravo i tuoi libri per sentirti vicino e poi stavo male da morire perché ero gelosa di tutti gli altri che potevano leggere le cose che tu scrivevi. Avrei voluto bruciarli i tuoi libri, invece li leggevo imparandoli a memoria cercando nei tuoi personaggi qualcuno che mi somigliava, sperando che qualcuna di quelle frasi fosse diretta a me. Questo è il mio passato papà.

Lui tornò a guardarla, era di nuovo padrone di sé, calmo e razionale. – Io non ti ho abbandonata, cosa sono ora queste ripicche infantili? Trascorrevi le feste sempre con me, ti portavo al circolo, alle mostre.
– Quando mi hai abbracciata l’ultima volta? Ricordi papà? Quando è stata l’ultima volta che mi hai abbracciata? Non lo ricordi, vero? Allora parliamo di cose più recenti, è da una settimana che sono qui, non mi hai mai chiamata per nome. Ricordi ancora come mi chiamo?
– Stai dicendo cose che non hanno senso. Sei qui, perché dovrei chiamarti.
– Perché voglio sentirti pronunciare il mio nome.
– Senti, sei troppo sconvolta. Lasciamo perdere. Hai ragione non sono stato un buon padre, o perlomeno, non sono stato il padre che tu volevi, ma è proprio per questo che è stato meglio per te vivere dalla zia.

Lei represse un singhiozzo. – Io volevo te. Sei tu mio padre. Tu non ci hai nemmeno provato. Hai mai pensato a quante domande mi sarei fatta senza trovare nessuna risposta? Tu avevi le mie risposte, ma tu non c’eri. Si, siamo stati insieme per le feste, ma quante volte siamo stati insieme da soli? C’erano sempre i tuoi amici, i tuoi studenti, i tuoi libri. Io e te non abbiamo mai parlato. Mai. E io ho bisogno di te.
– Mi dispiace, non avevo idea di come avessi preso la cosa. In ogni caso credo che adesso posso fare ben poco per te.
– Vorrei tanto poterti odiare. Per tutta la vita ho cercato disperatamente di odiarti, di dimenticarti, di escluderti dalla mia vita come tu avevi fatto con me. Ma sei sempre stato il mio idolo, e come un  idolo eri troppo distante da me, e io ti amavo troppo per provare qualsiasi altra cosa per te. Ero la figlia del Professore, la figlia che non sapeva parlare di poesia, la figlia che si annoiava da morire nelle lunghe serate trascorse a casa nostra a parlare d’arte con il pittore del momento, con il giornalista famoso, con lo scrittore altezzoso e megalomane. Ti osservavo, rapito, assorto in quelle interminabili discussioni, ti agitavi, ti accaloravi, a volte sorridevi divertito, a volte ti complimentavi per qualche arguto commento di un tuo collega. E gli altri ti ascoltavano come discepoli desiderosi di compiacerti. Ora guardati papà, sei vecchio e sei solo. E non dirmi che hai i tuoi amici, perché lo so che ti rifiuti di riceverli. Vai al circolo solo per abitudine, ma scommetto che stai ore seduto da solo a leggere i giornali. La tua insofferenza verso gli altri è palpabile. Ti sei costruito una torre di cultura, di libri, di parole, e ti ci sei chiuso dentro, lasciando tutto il resto là fuori. Lasciando me là fuori. Scendi dalla tua torre, ora, prima che sia troppo tardi.
– Dunque è questo che ti fa paura. La data della scadenza. Sei venuta apposta da Parigi per ricordarmi che sono vecchio e solo e che devo aprire la porta di casa ai miei amici essere cordiale e ben disposto verso il prossimo tanto da guadagnarmi la mia fetta di Paradiso? Certo, mi sembra logico. Mi hai ricordato i miei errori, mi stai dando i consigli per come dovrei comportarmi, bene, hai assolto il tuo compito da brava figliola. Puoi andartene in pace con la coscienza.
– Se vuoi che vada via dovrai cacciarmi fuori tu. Dovrai urlarmelo. Dovrai urlare forte e battere i pugni sul tavolo.
– Perché?
– Perché vuol dire che ti importerà veramente.
– A cosa sarebbe servito se avessi urlato?
– Quando ti dissi che andavo a Madrid con Peter, quanto avrei voluto che avessi urlato. Ti ricordi Peter? Aveva i capelli lunghi, le pupille dilatate e l’espressione da ebete. Puzzava di sporco e diceva che la civiltà era stata discussa a tavolino dai commercianti.
– Perché avrei dovuto urlare? Sapevo che era solo un colpo di testa, sei stata sempre troppo sveglia per farti abbindolare da uno che aveva il moccio al naso.
– Ma avevo diciassette anni!
– Si, ma eri caparbia e decisa a sfidare il mondo, e te la saresti cavata. A settembre sei tornata sui libri e ti sei diplomata con il massimo dei voti.
– E tu non c’eri, eri a promuovere il tuo libro.
– “Il silenzio dei gabbiani.” Arrivai con un’ora e mezza di ritardo, trovai Fabrizio attaccato al telefono, stava chiamando tutti gli ospedali della zona perché pensava che avessi avuto un incidente.
– Perché arrivasti in ritardo?
– Ascoltai una studentessa declamare “I sepolcri”, spiegare “La critica della ragion pratica” , e la sentii usare alcune delle mie frasi, come se fossero state dette per quello scopo.
– Tu eri lì. Tu ….. perché? Perché non me lo hai detto mai?
– Cosa sarebbe cambiato?
– Mi avresti fatto felice, ecco cosa sarebbe cambiato. E’ crudele da parte tua.
– Oh! Smettila adesso. Te la sei cavata bene anche senza di me, e continuerai a farlo. Hai la tua vita, credevo che fosse abbastanza piena. Sei troppo intelligente per sprecare il tuo tempo rigirandoti tra le dita i giorni passati come i grani di un melanconico rosario. Francamente non so neanche perché sei qui. E’ da una settimana che ti agiti per casa. Ci diamo il buongiorno la mattina, dividiamo i pasti e ci sopportiamo come due passeggeri che aspettano il treno che è in ritardo. E’ il mio treno e tu sei al binario sbagliato.
– Ti ho rincorso per tutta la vita. Sono sempre arrivata appena il treno era partito. Ho consumato le sale d’attesa aspettando che mi portassi con te. Ora non mi muovo più, aspetto il treno con te. Hai un cancro papà, e io starò con te fino alla fine. Ti ho perso troppe volte, e ti perderò ancora, ma c’è ancora tempo per parlare.
– Tu devi andare via, non voglio che rimani. Non volevo neanche che venissi.
–  Invece io volevo venire, ora sono qui, e niente e nessuno mi farà andare via.
–  Il cancro fa fare strane cose agli uomini. La tua paura è normale, ma vedi, non sono l’unico uomo che morirà di cancro e temo, neanche l’ultimo.
– Ma sei mio padre, e questo fa molta differenza. Non so quando arriverà la fine, ma so che il tempo che ti rimane è anche mio, mi appartiene.
– E cosa vorresti farne di questo tempo? Giorni lenti senza ore, notti insonni, fredde come lapidi, un’agonia che ha l’olezzo di vomito, il tanfo di putrido, avida solo di morte. Che ne facciamo di tutto questo bel tempo io e te?
–  Parliamo, ci guardiamo.
–  Non farmi ridere! Di cosa vuoi parlare? Non capisci che tutto quello che riguarda questo mondo non mi appartiene più? Non c’è niente che mi importi, niente del quale vale la pena parlare. Presente, passato e futuro per me sono “niente”. Niente, nulla, capisci?
– Ci sono io. Io sono tua figlia, che ti piaccia o no, e quando non ci sarai più voglio pensare a te, ricordarmi di te, parlare di te, piangere per te. Voglio fare tutto questo, ma per farlo ho bisogno di stare con te, ho bisogno che tu divida con me questi giorni. Ti chiedo solo questi giorni.
– Ascoltami bene. Tu eri a Parigi, a casa tua, impelagata a vivere la tua vita, non tralasciando di procurarti dei guai, tutti tuoi. Io, a casa mia, vivevo la mia vita, a modo mio, del resto come ho sempre fatto, non vedo perché non dovrei morire allo stesso modo. Mi viene data l’occasione di sapere con relativo anticipo, quando sarà la mia fine e in che modo morirò. Figlia o non figlia, se permetti, questo riguarda solo me. Io muoio a casa mia, o in ospedale, tu continui a vivere i tuoi giorni a Parigi, a casa tua. E’ logico. Invece un bel giorno arrivi qui, indossi il tuo costume da Don Chisciotte, tiri fuori giorni sepolti, fatti, scusa, più che fatti, impressioni discutibili su fatti passati, enunci i miei errori e chiedi di vedermi morire per potermi piangere. Se non stessimo parlando della mia morte direi che è ridicolo. E’ illogico. E’ assolutamente illogico.
– Papà, stai scappando ancora e lo sai bene. Sei scappato quando è morta la mamma, sei scappato quando avevo bisogno di te. Scappare per soffrire meno, si, forse è logico, ma l’amore non è sempre logico, i sentimenti non seguono mai delle regole precise, l’ho imparato a mie spese, totalmente a mie spese. Ti fa così paura pensare di volermi bene?

Il caffè, nero, denso, bollente, uscì dal beccuccio della caffettiera e finì nella prima tazzina. Il procedimento, uguale, perfetto si ripeté nuovamente e altro caffè fu versato nella seconda tazzina. La finissima porcellana bianca si stemperò.
Ogni singola molecola si surriscaldò  e trasmise il calore alla molecola accanto. Un vapore accattivante rimase visibile per un attimo sopra le tazzine.

Lui prese la zuccheriera, l‘aprì e controllò che fosse piena. La guardava con attenzione, quasi ad analizzare la porcellana bianca, i fiordalisi blu, il cerchio dorato sul coperchio. Alla fine la posò al centro del vassoio. – Una volta lessi che l’amore non esiste. L’uomo moderno, lo stesso che ha definito romantico e incantevole il tramonto, cioè l’avvicendarsi del giorno e della notte, con la stessa superficialità ha chiamato “amore” quello che originariamente era l’istinto di sopravvivenza. Lo scrivente, del quale non ricordo il nome, continuava poi elencando i vari tipi di amore e dimostrando per ciascuno l’inesistenza se non come istinto pratico ed egoistico. L’amore per gli altri, o amicizia, si riduceva a una convivenza di convenienza con altri che, simili caratterialmente, traggono vantaggi  dal fare gruppo.

L’amore per se stessi, altri non era che l’evoluzione naturale che porta a curarsi meglio per vivere meglio. Sull’amore per l’altro sesso gli esempi si sprecavano, ma alla fine si arrivava al soddisfazione di istinti naturali e alla conservazione della specie con la riproduzione. Immagino, che queste tesi siano state formulate dopo una cocente delusione d’amore e, credo che l’autore abbia avuto non poche difficoltà a continuare la specie, ma questo, se vogliamo è il lato positivo della questione, l’umanità non ne risentirà molto. Tutto sommato, però, il discorso non è tutto da buttare. Guarda che l’invenzione dei sentimenti ha procurato a tutta l’umanità più disastri delle peggiori epidemie.

Lei, lo aveva osservato cincischiare con la zuccheriera, perdere tempo e soprattutto fare distanza. Il Professore era così arrivato a negare l’esistenza dei sentimenti, stava tirando il ponte levatoio. Le stava sfuggendo di nuovo. Non poteva lasciarlo andare, ma era così arrabbiata, così delusa. Si passò una mano tra i capelli. – Non ci posso credere! Ti rendi conto che stai negando l’esistenza dell’uomo? Io … io, mi auguro che il tuo cinismo sia soltanto un altro patetico stratagemma per sottrarti alla sofferenza. Allontanarti da tutto e da tutti quanti quel tanto che basta a evitare il contagio di qualsiasi sentimento. Si perché i sentimenti non hanno mezze misure, ti coinvolgono, ti strappano dall’asettica neutralità e ti ritrovi a difenderli combattendo in prima linea. E non è facile stare in prima linea, spesso ci si rimette, ma questo tu lo avevi già capito da sempre. Niente sentimenti, niente dolore. E’ la tua strategia di difesa. Dimmi che è così, papà.

Sul viso scarno comparve un fugace sorriso, l’espressione perse la durezza e gli occhi ebbero un guizzo di luce viva. – Io non ho detto che ero d’accordo con quella teoria, ho detto che non era tutta da buttare, perché se ci pensi bene alcuni sentimenti nobili sui quali abbiamo fondato tutta la nostra vita, quei sentimenti che condizionano le nostre scelte, dalle cose più futili alle più importanti, bene, forse andrebbero rivisti. Non ti accalorare, anche se è bello vederti così combattiva, non ho nessuna intenzione di negare di volerti bene, sei mia figlia. Ma è probabile che io ti voglia bene in modo diverso da quello che tu immaginavi, o da quello che avresti voluto. Io sto parlando della realtà, sarà cruda, sarà dura, ma questa è. Se volevi sentire da me frasi sdolcinate, affettuosità da romanzetti, beh, hai davanti il genitore sbagliato. Mi dispiace ma non ho intenzione di cambiare, mi assumo tutte le mie responsabilità, ma questo è l’affetto che posso darti. D’altronde credo che tu sia abbastanza cresciuta per sperare che ti faccia sedere sulle mie ginocchia e ti porti ai giardinetti. Tanti lo fanno anche con i cani, è una cosa che sembra mettere a posto la coscienza e dare quel senso di aver compiuto il proprio dovere di brava persona. Per me non è così, sarò una pessima persona e sai quanto può fregarmene a questo punto, ci ho messo tutta una vita a diventare quello che sono. Ti voglio bene, credo che la cosa sia del tutto naturale, non ho meriti in questo, ma non ti voglio più bene ora di quanto te ne abbia voluto in ogni giorno degli anni precedenti e credo che se tornassi indietro, rifarei esattamente quello che ho fatto.

Qualcosa le si fermò in gola. Non aveva idea di cosa fosse, se rabbia o disperazione, ma era qualcosa di concreto, di solido, nonostante i sentimenti, le emozioni, per definizione siano astratti. Inghiottì, ricacciò indietro qualunque cosa fosse.

Si girò a guardare oltre la finestra, quando riuscì a mettere a fuoco la palazzina di fronte tornò a guardarlo. – Così tu, mio padre, ammetti di volermi bene. – si trincerò dietro al sarcasmo – Scusa la mia agitazione ma capirai, dopo quarantasette anni di attesa, credo sia normale.
– Senti, perché non la smettiamo con questo dramma così scadente e di dubbio gusto.
– Oh! Il Professore non gradisce il dramma. Spiacente, sei tu l’autore di questo capolavoro, se guardi bene, in fondo troverai la tua firma in calce.
– Cosa vuoi? Vuoi che ammetta la mia colpa? Vuoi che implori perdono per aver lasciato che tua zia si prendesse cura di te? Vuoi che ti chieda scusa perché non sono stato il padre che volevi? Dimmi cosa vuoi.

Lei guardò quel vecchio caparbio e arrogante. I capelli che ricordava folti e che per vezzo lui aveva sempre portato un po’ lunghi, ora erano radi fili bianchi messi insieme come l’ordito sul telaio. Le guance scavate si erano colorite per l’agitazione. Tuttavia la voce era ferma e i gesti controllati, e gli occhi, gli occhi erano quelli di sempre, giudicavano e impartivano ordini, spietati e incorruttibili. La fragilità di quel corpo e il contrasto con la volontà che emanava le suscitò un’infinita tenerezza. Avrebbe voluto allungare la sua mano e sfiorarlo, invece si trattenne, ma con lo sguardo indugiò su quel vecchio che tanto amava, a dispetto di ogni cosa, e quando parlò ascoltò la sua stessa voce e vi riconobbe un eco lontana, quasi una nenia.
– Hai ragione papà, è ora di calare il sipario. Non è un gran che come trama e gli attori recitano da cani. Rifaccio il caffè, questo è ormai freddo. Niente è orribile come il caffè freddo. Anzi no, c’è qualcosa di più disgustoso, il caffè francese.
La mano di suo padre si posò sul suo braccio, inaspettatamente. Il suo sguardo la sconvolse. – Non trattarmi come un vecchio rimbambito e morente, per favore. Scaricami addosso tutta la tua rabbia, urlami il tuo disprezzo, ma non mostrarmi la tua pietà.
– Papà. –  e la parola fu un singhiozzo.
Quanto tempo ci avevano messo quelle lacrime a venire fuori? Per quanto tempo si erano preparate in silenziosa attesa aspettando quel momento? Libere le lacrime rotolavano da una guancia all’altra, scivolavano e si mescolavano, umide gocce di sentimenti umani.
– Non è pietà, questo è amore, papà. Questo è amore.

 

 

Il barattolo del caffè era sul ripiano della cucina accanto allo zucchero. Era un barattolo di latta verde scuro con decori floreali. Da una parte, tra foglie di vario genere e piccole margheritine bianche spiccava  una grossa dalia rosa, nella parte opposta  tra foglie cuoriformi c’era una grande viola del pensiero. Il tappo, anch’esso di metallo, era decorato con tante foglioline di varia grandezza con i bordi seghettati e le nervature ben evidenti. Tappo e barattolo erano tenuti insieme da un semplice congegno di ferro che finiva in un’asola nella parte superiore e in un gancio, nella parte inferiore.

Giugno 1962.

Quando lui scese in cucina il giorno era cominciato da un pezzo. L’aria era calda e le finestre del palazzo di fronte erano con le tapparelle abbassate per non far entrare il sole. Pensò alle aule del vecchio edificio universitario, erano così fresche, piene di vita in movimento. La grande biblioteca nel seminterrato, l’odore delle parole, le parole importanti che puzzano di muffa. Gli piaceva starsene seduto in silenzio ammirando gli scaffali pieni di libri, impregnandosi di quell’odore di parole.

Si strofinò gli occhi stanchi, per tutta la notte sua moglie si era agitata. Un’altra notte sulla poltroncina nell’angolo della camera da letto. Un’altra notte leggendo alla luce della lampada, ascoltando il rantolo del tempo, appisolandosi quando le parole, i pensieri e i suoni si confondevano. Ogni tanto si alzava e usciva a prendere un po’ d’aria nel terrazzino accanto alla camera da letto. Le notti d’estate sembravano fatte apposta per tutti gli scribacchini che con zelante pazienza riportavano su fogli, infinitamente lunghi, sciocche parole, monotone come filastrocche e il mattino dopo soddisfatti andavano in giro propinando al mondo intero lo scadente risultato di quella immane, quanto inutile, fatica. Nel corso degli anni si era guadagnato un persistente odio da tutta la categoria di quei poetucoli “delle notti di plenilunio”.

Con le sue critiche ne aveva distrutti parecchi, aveva affilato bene la falce e li aveva mietuti come foraggio. Alcuni erano caparbi, tenaci nel loro tentativo di svolazzare, sognavano eleganti voli d’aquile, dimenticando di essere galli. Lui si limitava a far notare loro che i galli non hanno mai volato, né potrebbero farlo mai. Non si sarebbe mai sentito in colpa per questo. Sapeva bene cosa si diceva in giro di lui. Non avrebbe mai vinto “il premio simpatia” e questo gli era di gran conforto. Dopo “i poetucoli”, quelli che sopportava meno erano “i simpatici ad ogni costo“, quanto erano irritanti con i loro grandi sorrisi, le inopportune pacche sulle spalle, l’aspetto sempre gioviale, i discorsi banali, la maleducazione di quella parodia di amicizia arraffata dopo un saluto con appena un accenno di sorriso, no, non li sopportava proprio e non si poteva dire che lo nascondesse. Ci aveva messo del tempo e un impegno costante ma era riuscito a farsi attorno quello spazio che teneva gli altri a distanza. Quella distanza era vitale per lui, gli dava le giuste dimensioni delle cose, il tempo per poterle osservare meglio, e lo proteggeva dai facili contagi di pensieri e opinioni gestiti da altri. Certo non erano tutti uguali, c’era di tanto in tanto, quella perla rara, quel cervello che produceva pensieri che adorava ascoltare, parole che venivano scambiate con consapevolezza, che arricchivano e aprivano mondi sconosciuti. Quante volte al caffè letterario avevano fatto l’alba parlando di letteratura, di arte, usando sempre parole nuove, pensieri che lievitavano e producevano altre parole.

Così scopriva che un quadro osservato, ammirato tante volte poteva leggersi in un altro modo che a lui era sfuggito. E le accese discussioni per avvalorare le sue tesi su tale autore, a volte anche su un verso di pregevole fattura stavano a discutere senza curarsi del tempo. Poi c’erano le accese liti per il mediocre scrittore osannato dagli altri, e più quelli ne tessevano le lodi più lui ne distruggeva gli scritti. La malattia di sua moglie se da un lato lo aveva allontanato dall’università dall’altro lo aveva avvicinato a un mondo fatto solo di parole scritte. Le lunghe notti erano meno terribili se li divideva con i grandi della letteratura mondiale. Nel silenzio poteva meditare, riusciva a comprendere, viveva le grandi parole.

Era passata anche quella notte. Presto sarebbe arrivata l’infermiera, lui si sarebbe chiuso nel suo studio, si sarebbe buttato sul divano e avrebbe dormito per un paio d’ore. Il sonno sarebbe arrivato come la morte per il malato, cancellava le pustole infette, puliva le piaghe, annullava il dolore. Poi, il morbo della vita avrebbe scacciato il sonno e lui avrebbe ripreso la fatica del vivere e quella calda giornata di giugno sarebbe stata uguale alle altre.

Prese la caffettiera, c’era ancora del caffè dentro, buttò il caffè, non sopportava il caffè freddo, peggio ancora quello rimasto e poi riscaldato, come si ostinava a fare la vecchia infermiera che veniva il giovedì. Non sopportava neanche le infermiere, tutte quante. Lo irritava vederle in giro per casa, rovistare in cucina con fare da padrone. All’inizio ne aveva licenziate parecchie, quelle troppo lente, quelle troppo intraprendenti, ma soprattutto quelle che in tono di comando dicevano a lui cosa doveva fare. Poi sua moglie si era aggravata e lui si era stancato di ripetere sempre le stesse istruzioni alle nuove arrivate.

Era arrivato così a una convivenza apertamente forzata. Guardò l’orologio, ancora qualche minuto di libertà, giusto il tempo di un caffè e di berlo in santa pace.

Allungò la mano verso il barattolo del caffè, lo prese. Fu esattamente in quell’istante che sentì il tonfo al piano di sopra. Il barattolo di latta cadde a terra, il caffè si sparse sul pavimento. Per una piccolissima porzione di tempo rimase fermo a guardare i minuscoli granelli neri sparsi sui mattoni. Strinse i pugni e si ricordò di respirare. Emise un respiro che nel silenzio risuonò come un lamento. Salì le scale appoggiandosi al passamano. Si rendeva conto che c’era qualcosa che non andava in lui. Avrebbe dovuto correre, avrebbe dovuto precipitarsi. I suoi passi invece erano lenti, pesanti.
No. No. Così non andava bene.
Tempo. Tempo. Gli serviva solo un po’ di tempo……. un po’ di tempo.

Sua moglie era per terra, davanti alla finestra. Il volto finalmente rilassato, gli occhi spalancati, senza luce, non chiedevano più pietà. Quel corpo sul pavimento gli ricordò il caffè sparso in cucina. Non doveva essere così. Non era così che doveva andare.
La sollevò piano, l’adagiò sul letto, le pulì il rivolo di sangue che le usciva dal naso, le sistemò i capelli. Ricompose il corpo in modo che la posizione fosse naturale. Portò la bombola dell’ossigeno in bagno, gettò nel cestino tutte le medicine che erano sul comodino. Quando tutto fu sistemato spalancò la finestra e lasciò che l’aria calda entrasse.

Scese in cucina. Raccolse il barattolo del caffè, notò che si era leggermente ammaccato, lo richiuse e lo posò dove era sempre stato, dove sua moglie lo aveva messo al ritorno della gita in Austria, sul ripiano della cucina, accanto allo zucchero.

 

 

Il barattolo del caffè era sempre stato sul ripiano della cucina, accanto allo zucchero. Era un barattolo di latta verde scuro con decori floreali, la dalia rosa era leggermente scalfita. Il tappo aveva il bordo ammaccato proprio vicino al gancio di metallo che lo bloccava. Quell’ammaccatura rallentava un po’ l’operazione della chiusura. Per poterlo chiudere bisognava che il bordo coincidesse con la parte sottostante. Nessuno mai aveva pensato di cambiare barattolo.

Agosto 2003.

Rientrò a casa e si sentì stranamente tranquilla. Le venne voglia di cucinare. Quando attraversava dei momenti particolari cucinava sempre. Più si sentiva in crisi, e stava male, più le ricette diventavano complicate e laboriose. Aprì il frigo, poi passò al congelatore. Tirò fuori dei sacchetti. Avrebbe preparato le lasagne al forno, una costoletta d’agnello all’agro e se riusciva a racimolare delle verdure le avrebbe gratinate per contorno. Se tutto questo non l’avesse tenuta occupata abbastanza, poteva fare anche una torta, nei giorni passati aveva riempito la dispensa, non avrebbe avuto difficoltà a trovare gli ingredienti senza dover uscire.

Dopo un’ora la cucina sembrava un campo di battaglia. Era la sua battaglia, una delle tante. L’acquaio era pieno di tegamini e piatti sporchi, sul tavolo non c’era più posto per niente. Un gradevole odore cominciava a impregnare l’aria. Erano importanti gli odori. Gli odori riempiono l’aria. Una cucina che all’ora di pranzo non ha nessun odore, è la cucina di una casa vuota. Mescolò il ragù, lo assaggiò e sorrise. Per terra, accanto al tavolo, c’era sparsa della farina. Un cespo d’insalata sporgeva da un sacchetto posato su una sedia.

Le piaceva tutto quel disordine in cucina. I suoi due mariti e anche i suoi amici si erano sempre chiesti come mai una persona come lei, dall’ordine quasi maniacale, riusciva a cucinare al centro di una baraonda simile. Lei non se lo era mai spiegato, forse non se lo era mai chiesto, lo faceva e basta. Certo le piacevano le cose sistemate per bene. L’ordine e la regolarità sono dei principi che aiutano a vivere meglio, si ripeteva spesso, si risparmia un sacco di tempo, non ci si scervella per trovare le cose, e non si rischia di diventare isterici. Lei era una persona ordinata, a casa, nel lavoro, cercava di evitare qualsiasi sbavatura che potesse far pensare a un senso di trascuratezza e di poca attenzione. Curare i dettagli era la sua caratteristica e nel lavoro le era tornata molto utile. Solo quando cucinava amava quel disordine particolare, quel misto di colori, barattoli, pentole e tegami. Le salsine, le spezie, i vari tipi di aceto, l’olio extravergine, quello profumato al tartufo, quello al peperoncino. Amava contornarsi di quei vasetti di vetro. A proprio agio, in quel caos culinario, riusciva a dare il meglio di sé e soprattutto riusciva a sentirsi bene.

Poi finito di preparare, con veloce meticolosità, puliva, rimetteva ogni cosa a posto e l’unica cosa che rimaneva era il profumo allettante di qualcosa di buono. L’odore di casa. Una casa  che non aveva nessun odore era una casa sterile. Sterile che poteva voler dire senza vita senza nessuno che prepara per qualcuno, o sterile come una stanza dove ci sono degli ammalati, dove l’odore del disinfettante è più forte dell’odore della vita.

Lo squillo del telefono distolse la sua attenzione da pensieri che stavano assumendo le dimensioni di macigni. Spostò le fragole per la macedonia e prese il portatile. – Pronto.
– Ciao, ho saputo di tuo padre. Come stai?

La voce del suo primo marito all’altro capo del filo era calma e profonda. Ci fu un silenzio di qualche secondo, giusto il tempo di rendersi conto che quel contatto con la sua vita passata non le dispiaceva. Come era suo solito lui andava sempre dritto al sodo.
– Sto cucinando.
– Vuoi che venga lì? Potrei arrivare per stasera.
– No, grazie. Va bene così.
Lui aspettava, sapeva che le sarebbe occorso del tempo.
– Non è facile, ma questo lo sapevo già. – riprese, e si rese conto di parlare lentamente, come quando si cerca di tradurre da una lingua all’altra, cercando i vocaboli giusti. – Sono contenta di essere qui. E’ stato importante. Direi quasi bello, ma non credo sia il termine adatto. Ho messo insieme un sacco di cose. Mi ci vorrà del tempo per capirle tutte, ma il tempo non mi preoccupa.
Altra pausa di silenzio.
– Al funerale c’era una folla incredibile. Avrei voluto che fosse stata una cosa più intima, ma forse è stato giusto così. C’erano i suoi amici, i suoi studenti d’un tempo, i rappresentanti del consiglio comunale, qualche personaggio noto del mondo della cultura, questo ha richiamato anche i curiosi, ma era inevitabile. C’è stato un momento che ho trattenuto a stento un sorriso, perché immaginavo la sua reazione. Il sindaco, che evidentemente non conosceva personalmente mio padre, si era preparato un lungo e commovente discorso per l’ultimo saluto al suo concittadino illustre. Peccato i grossolani errori delle citazioni in latino e tutti quei ghirigori linguistici, tutte quelle frasi pompose che tanto odiava mio padre. Mi aspettavo che da un momento all’altro lui saltasse fuori per andare dritto dal sindaco e strappargli dalle mani il suo discorso. Se fosse stato presente, dopo la seconda frase il sindaco e il suo discorso sarebbero stati ridotti a brandelli.
Il sospiro di lei arrivò all’altro capo del filo come un soffio. – E’ stato bello stargli accanto in questi mesi, ti sembrerà strano ma abbiamo riso tanto insieme. Abbiamo parlato tanto.
Ancora silenzio.
– E’ stata così maledettamente straziante l’ultima settimana. 
– Sei sicura di non volere che venga?
– No, sto bene. Tra qualche giorno andrò via, il tempo di sbrigare tutte le pratiche, è incredibile quanti documenti ci sono da firmare e poi bisogna fare file interminabili. Ma la cosa che odio di più è quando ti mandano da un ufficio all‘altro come un burattino.
Stava cercando una frase carina per tranquillizzarlo quando dall’altro capo del filo sentì il pianto di un bambino. Il tono di lui divenne leggermente più sbrigativo. – Senti, io per tutto il mese resto a casa. Se hai bisogno di qualsiasi cosa, chiamami.
Il pianto del bambino si era calmato.
– D’accordo. Stai tranquillo.
– Lo so che non chiamerai. Ti richiamo io dopo, va bene?
Sorrise: – Va bene.
Stava per chiudere. In un attimo, in una piccolissima porzione di tempo, la sua mente fu attraversata da un’infinità di pensieri. L’immagine di suo padre che rideva raccontandole aneddoti, la calma che sentiva dentro di sé. Strinse forte il telefono: – Andrea.
– Si?
– Mi ha fatto piacere sentirti.
Questa volta fu lui a non trovare subito le parole. – Bene.
Lei ebbe la netta impressione che lui sorridesse.
– Molto bene. – aggiunse ancora un po’ sorpreso, sottolineando la sua approvazione.
Ne fu certa, lui sorrideva. Sorrise anche lei. Non era tanto difficile dire cosa provava. Forse con il tempo sarebbe riuscita a dire anche tutte le parole non dette che l’avevano allontanata da chi l’aveva voluta bene. Non era poi così diversa da suo padre, lei e la sua torre fatta di silenzi, ma aveva capito, avrebbe imparato.
– Ti chiamo dopo. – la salutò lui.
– D’accordo.
Spense il forno. Dalla finestra spalancata entrava l’aria calda e i rumori dell’estate. Lo sguardo vagò un po’, poi si fermò sul barattolo del caffè. Lo prese, accarezzò il bordo ammaccato.
“Abbiamo bisogno di parole. Tutti gli uomini hanno bisogno di parole.”