Pomodori e gelsomini

Il caldo all’interno della serra era insopportabile. Antonio non ci faceva più caso. Si muoveva svelto tra i filari alti dei pomodori. Era stata un’ottima annata, pensava guardando i grappoli rossi, e gli occhi gli ridevano. Raccoglieva i frutti maturi e sembrava che il contenitore non si riempisse mai. Spinse la carriola piena di cassette colme di pomodori fuori dalla serra.

La luce era accecante. La terra sabbiosa brillava sotto al sole. Rivoli di sudore gli scendevano lungo la schiena forte e abbronzata. Lina gli venne incontro sorridendo. “Ciao. Cosa vuoi oggi? C’è caffè caldo e acqua fresca.” Lina e i suoi diciassette anni, freschi come la brezza della sera che arrivava dal mare e portava profumo di fiori.

“Allora? Ti sei deciso?”

Gli piaceva quando indossava quel vestitino di cotone a fiorellini, aveva delle piccole maniche che cadevano sempre su uno o sull’altro braccio. Ogni tanto lei ne tirava su una con noncuranza e il suo gesto era così piacevole che valeva la pena aspettare che la manica ricadesse. Le sorrise guardandola negli occhi neri, poi il suo sguardo seguì una ciocca di capelli che le scendeva lungo il collo dove si arrotolava leggermente. Doveva essere incredibilmente liscia quella pelle dorata dal sole, si chiese provando ancora un brivido. I suoi occhi indugiarono sull’attaccatura del seno che si intravedeva dalla scollatura.

“Ho capito vuoi l’acqua fresca.” disse lei ridendo e lo sguardo era quello sicuro e un po’ canzonatorio da donna.

Antonio fece un mezzo sorriso: “Un giorno tu ti metterai nei guai!”

Lei gli porse l’acqua senza staccargli gli occhi di dosso e lo guardò divertita: “E tu sarai quello che mi metterà nei guai o quello che mi tirerà fuori?”

Avrebbe voluto prenderla per mano e trascinarla ridendo lungo le dune fino al mare, invece diventò serio e guardò lontano. “Dicono che ieri sera c’è stato da divertirsi, giù a spiaggia, gente che ballava, coppiette appartate.”

“C’era solo gente che si divertiva.”

“Eppure avrei giurato che un certo padre, saputa la cosa, avesse tirato il collo della figlia come si fa con una gallina per il brodo.”

“Se la figlia fosse stata una gallina!”

“E se il padre avesse saputo la cosa.”

“Non ho capito se ti dispiace perché non si è fatto il brodo o se invece sei preoccupato per la gallina.”

“Doveva essere proprio saporito quel brodo!

”Io stasera vado ancora a ballare, se vuoi il brodo sai come fare.” La vide allontanarsi con il vestito leggero che le si adagiava sulle gambe snelle. Guardò gli strani arabeschi che i suoi sandali avevano lasciato sulla sabbia. Prese un pomodoro e lo addentò, era rosso, maturo e dolce, e odorava di mare.

Antonio si mise a sedere sul letto, aveva la bocca asciutta. Si passò le mani tra i capelli sudati, aveva sognato ancora. Si alzò piano, Enrica dormiva tranquilla, la coprì e sgusciò via chiudendosi la porta alle spalle.

La neon inondò la cucina di una luce fastidiosa. Fuori era ancora buio. Il passato tornò prepotente, si rivide bambino, quando lui e Lina andavano a rubare i fichi di don Tanuzzo. Arrampicati sull’albero ne mangiavano più che potevano e poi per dispetto e per gioco, lasciavano per terra tutte le bucce. Appena sentivano il cane abbaiare era il segnale che don Tanuzzo stava arrivando. “Corri Antonio, corri!” gridava Lina ridendo mentre saltava giù come un gatto. Lui perdeva ancora tempo, cercava il frutto più grosso, quello che avrebbe gustato di più. Intanto sporgeva il capo tra le foglie, e la vedeva, vicino al muro a secco del limite che gesticolava come una marionetta per fargli fretta. Solo quando sentiva il cancello cigolare si decideva a scendere e mentre immaginava don Tanuzzo appena dietro l’angolo, se la dava a gambe. Scavalcavano il muro correndo e ridendo come matti. “Corri Antonio, corri!” ripeteva Lina mentre saltava tra le viti come una cicala impazzita.

Lina, prepotente come il gelsomino, riempiva tutta l’aria che aveva attorno, e quando andava via un po’ di quell’aria rimaneva ancora, piena di lei, galleggiando sugli altri pensieri.

Aveva la gola arsa, aprì il frigorifero ma non prese l’acqua, rovistò tra i sacchetti di plastica e li trovò, i pomodori. Erano quattro, li mise sul tavolo in fila e li osservò. Fiaschetto da insalata, così si chiamava quella qualità, si raccoglievano appena cominciavano ad avere una pallida striatura arancione. Ne prese uno lo palpò, era ancora duro, lo annusò, non aveva nessun odore, poteva essere anche finto, non se ne sarebbe accorto nessuno. Guardò fuori, anche Torino poteva essere finta. Era finta la fabbrica, le facce dei suoi compagni di lavoro, i cartellini da timbrare, le sirene, la sua casa, Enrica, le bambine, tutto poteva essere finto.

La sua terra no, quella era vera, l’aveva toccata, l’aveva odorata, ne sentiva ancora il profumo aspro. Lo sentiva dentro di sé. Era un odore che sapeva di salsedine, di sole, di sudore. Suo fratello Peppe odiava quell’odore, diceva che la puzza del pomodoro e della terra si attaccava addosso alle persone come la miseria. Nonostante ciò Peppe era stato sempre il primo ad alzarsi la mattina per andare a lavorare nelle serre e lavorava sodo.

“Appena posso me ne vado.” diceva la sera mentre si strofinava le mani con il limone per togliersi lo sporco e l’odore. Antonio lo ascoltava e pensava che niente mai sarebbe cambiato e che la contestazione di Peppe si sarebbe fermata a tavola. Sin da ragazzino Peppe si rifiutava di mangiare pomodoro. Aveva saltato più di un pasto ma alla fine aveva vinto, niente pomodoro nel suo piatto. Quel privilegio e il fatto che suo fratello avesse cinque anni più di lui lo ponevano su un piano di tutto rispetto. Era fiero di lui quando giravano insieme con la vespa e le ragazze li salutavano sorridendo.

Erano insieme anche quella mattina quando seguirono in silenzio i carabinieri fino all’ospedale e insieme erano andati a vedere la motoape ribaltata in fondo alla scarpata. Ma era stato Peppe ad occuparsi di tutto. Antonio era rimasto fermo, fissava i pomodori sparsi per terra e non riusciva neanche a respirare. Soli, lui e Peppe erano rimasti soli, era l’unica frase che continuava a ripetersi come una nenia senza senso. Si accorse che stava tremando solo quando si sentì circondato dalle braccia di Peppe. Era la prima volta che suo fratello lo abbracciava. Avevano fatto a cazzotti tante volte da piccoli, e altrettante volte avevano fatto la pace, avevano riso e scherzato, sempre, ma mai un abbraccio. Sentiva sotto la camicia i muscoli di suo fratello contratti. Non riuscì a trattenere un singhiozzo. Lacrime di impotenza, di frustrazione, di vergogna, di gratitudine verso suo fratello, gli riempirono gli occhi. Peppe si occupò delle bare, del funerale, dell’assicurazione e si prese cura di lui come meglio poteva.

Antonio si alzò e guardò fuori, Torino sonnecchiava. Quando Peppe era tornato in Sicilia a prenderlo era pieno di entusiasmo. Continuava a parlare della città, di quello che c’era, di come tutto fosse grande e bello, gli aveva portato dei regali e un biglietto di sola andata per Torino. Peppe si era occupato di tutto, aveva trovato una casa per loro due, gli aveva trovato lavoro nella fabbrica dove lavorava lui, aveva anche degli amici simpatici. All’inizio gli era sembrato come uno strano sogno, era tutto così diverso. Peppe era sempre contento, contava i soldi e faceva progetti, ma non parlava mai della Sicilia. Erano così lontani dalla Sicilia, dal mare, dalle serre di pomodoro con la plastica che brillava sotto al sole come l’acqua del mare.

Neanche Antonio aveva più parlato della sua terra, della sua vita di prima. Non era più tornato in Sicilia, neanche quando Peppe aveva venduto la casa e la terra. L’idea di tornare in paese gli dava un senso di malessere quasi fisico, un’ansia strana gli prendeva allo stomaco, ma aveva fatto il biglietto lo stesso, tanto sarebbero stati solo un paio di giorni, giusto il tempo di firmare le carte. La sera prima di partire si era sentito male, aveva dato di stomaco parecchie volte e gli era venuta la febbre. Era rimasto a Torino, a letto, mentre suo fratello vendeva tutto quanto. Con la metà dei soldi della terra Peppe si sposò Laura e si pagò l’anticipo per una casa tutta per loro, l’altra metà la consegnò a lui: “Questi sono per il tuo matrimonio. Mamma e papà sarebbero contenti per come ci siamo sistemati.”

Forse sarebbero stati contenti, ma non era sicuro che avrebbero capito. Era passato tanto tempo e neanche lui era riuscito a capire quella vita così diversa. Non si faceva più domande, e aveva smesso di cercare le risposte, almeno quando era sveglio.

Ripensò a suo padre, un omone grande e grosso e poco avvezzo al sorriso, aveva le mani grandi e le dita tozze. Con quelle stesse mani suo padre toglieva i fiori da scarto dalle piantine di pomodoro, spostava le tenere foglioline, quasi le accarezzava. Antonio, ancora ragazzino, spiava i suoi gesti, quella delicatezza strana lo faceva sorridere, poi imbarazzato scappava via correndo ad acchiappare i grilli. No, suo padre non avrebbe capito quella vita così lontana dalla terra, da quella terra strana che aveva lo sguardo irriverente di Lina.

Fuori la notte stava scivolando via. Gettò i pomodori nella pattumiera.

Quel gesto fatto a metà tra rabbia e amarezza gli ricordò che tanto tempo prima aveva gettato qualcosa di più importante. Forse doveva andare così.

Guardò la sua immagine riflessa nel vetro della finestra. Rinunciare ai sogni, evitare di fare progetti, non credere di poter cambiare le cose, rassegnarsi e poi dare un nome a tutto quanto: era Destino.

Non gli era andata male, aveva una famiglia che amava, un lavoro che gli permetteva di vivere onestamente, una vita tranquilla, a parte quell’Antonio che ogni tanto, la notte, veniva a reclamare la sua vita non vissuta che lui aveva barattato con il Destino.

La suoneria del suo orologio trillò. Cominciava un nuovo giorno. C’era un’agitazione strana nei suoi pensieri. Vendendo la casa avrebbe messo insieme un bel po’ di soldi, e quelli che aveva in banca, certo non erano un capitale, ma gli avrebbero permesso di stare tranquillo per i primi tempi. Con i soldi della casa ne avrebbe comprata di terra. Alle bambine sarebbe piaciuta una casa vicino al mare, e anche Enrica sarebbe stata bene.

Antonio sorrise. Era l’alba di un giorno qualunque, Antonio, solo in cucina, sotto la luce bianca della neon, sorrideva. Forse era arrivato il momento di cercare un altro nome per il suo futuro, non sarebbe stato facile, ma poteva provarci.

Ogni uomo, all’alba di un giorno qualsiasi, può cambiare il nome al suo Destino, lo deve ai suoi sogni, alle sue speranze, ai giorni che verranno.