Le carrube

La vita e la morte, un ciclo naturale che si ripete all’infinito, sempre uguale, così semplice, ma non facile, nel suo corso, che non può far paura. Un seme diventa albero. L’albero dà i suoi frutti. I frutti maturi vengono raccolti. Ma i frutti non sono tutti uguali, anche se sono dello stesso ramo. Ogni tanto capita un frutto diverso, uno speciale.

L‘odore delle carrube mature impregnava l’aria.
Vincenzo parcheggiò la sua motoape sul ciglio della strada. Sentiva qualcosa di fastidioso alla bocca dello stomaco. Respirò l’aria che sapeva di terra, di alberi, di cose passate. Le sue mani vecchie e nodose sciolsero lo spago che teneva legati i sacchi, slegò le canne, prese le cruedde; i soliti gesti.

Pensò a Matteo quando era un vavalucieddu, seduto nel cassone tra i sacchi e le cruedde con gli occhi che gli sparluccicavano per la contentezza. Matteo ora andava all’università, voleva diventare ingegnere, aveva due spalle così e gli occhi vastasi. “Non ti preoccupare nonno, ce ne vuole prima che mi faccia incastrare.” Così gli aveva detto, ma intanto si era tinto i capelli e appena suonava il telefono si precipitava come se stesse pigliando fuoco la casa. Le fimmine sono furbe e cangiano il mosto in vino cotto prima ancora che si finisce di vendemmiare.

A Vincenzo quella chiusa di terreno così fuori mano era sempre piaciuta. C’era l’aria pulita e un silenzio che gli ricordava suo padre. Suo figlio Giacomo non voleva che lui andasse da solo a raccogliere le carrube. “Papà, ma lascia perdere, quanto puoi guadagnare a fine raccolta? Ormai hai la tua età, non ti manca niente, chi te lo fa fare?”

Non era questione di guadagno, era che non se la sentiva di abbandonare il terreno, ma questo Giacomo non l’avrebbe capito. “Lo faccio per passare il tempo.” Gli aveva detto.

Ad ogni colpo di canna veniva giù una pioggia di nere carrube.

Vincenzo strizzava gli occhi per vedere su in alto se ne restava qualcuna che aveva bisogno del curpiddu personale.

“Nonno, nonno, là ce n’è una che non vuole cadere!” Gridava Matteo che ancora non aveva la voce da uomo.
“Quella è una che vuole fare la difficile, e noi l’accontentiamo, vuole il curpiddu personale e vedi che si fa pirsuasa.”
E cadeva la carruba facendo soddisfatti nonno e nipote. Sua moglie Sarina diceva che non era questione di carrube che facevano le difficili ma di lui che non le vedeva e si ostinava a non andare dal dottore degli occhi.
“Per quello che devo fare ci vedo come quando avevo vent’anni. Sono le carrube, ti dico. Ci vuole la mano leggera e veloce, ci sono quelle che cadono subito, senza talè talè e quelle che hanno bisogno a priatina, tale e quale alle fimmine. E chi priatina!” Concludeva lui guardandola ancora con occhi vastasi.
Sarina faceva finta di siddiarisi, e diceva che tutte le scuse erano buone per perdere tempo.

A mezzogiorno Sarina preparava per mangiare. Scioglieva la cannavazza e tirava fuori: scacciuni cunzato co pummaroru salatu, olive scacciate, cosacavaddu e a cucchitedda frisca, vino cerasuolo e a bummulidda di acqua. Che mangiate di lusso all’ombra del carrubo grande, quello che era vicino al limite. La malattimpata di due anni fa e l’anzianità lo avevano sciancato, poi siccome era troppo mal ridotto lo avevano segato, due giorni ci avevano messo per finirlo.
Vincenzo pensava, intanto le mani si muovevano veloci, quasi avessero una loro memoria, scartavano pietre, rami secchi, foglie, carrube. Si sentiva in pace, come tanti anni addietro quando la sera, prima che facesse scuro, arrivava Giacomo, non lavorava così tanto allora, e sembrava non avere fretta. Si caricava i sacchi pieni di carrube sulle spalle e li sistemava nel cassone della motoape senza sforzo. Aveva una bella gioventù e rideva spesso. Mentre Sarina sistemava le sue cose, Vincenzo, Giacomo e Matteo stavano seduti sul muro a secco del limite a parlare.

Matteo raccontava a suo padre della lucertola che aveva due code e dei nidi che aveva visto. Giacomo parlava del suo ufficio e della macchina nuova che voleva comprare appena gli avrebbero dato l’aumento. Vincenzo li ascoltava priato. Era bello finire la giornata in campagna.

Il dolore che aveva alla bocca dello stomaco si fece più forte. Si mise seduto appoggiandosi all’albero. Un dolore forte gli stringeva tutto il petto. Nella borsa, insieme alla patente e agli occhiali c’era il cellulare, glielo aveva regalato Giacomo a Natale. Matteo glielo aveva spiegato e aveva messo i loro numeri in modo che potesse trovarli subito. A Vincenzo il cellulare faceva antipatia anche se non lo aveva mai detto. Quando suonava faceva finta che non lo sentiva e se proprio doveva telefonare lo faceva dal telefono di casa, quello nero con la cornetta pesante e la rotella con i buchi sopra i numeri.

“Mi raccomando, portati il cellulare, così mi sento più tranquillo. Se hai bisogno chiamami così vengo subito. C’è il numero di casa e quello dell’ufficio.” Gli aveva detto Giacomo. Era un buon figlio Giacomo, ma lavorava troppo.

Vincenzo si asciugò il sudore con il fazzoletto e si sdraiò con una mano sul petto. Non gli avrebbe telefonato, il cellulare gli faceva antipatia. Strinse i denti e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, vide sulla sua testa, tra le foglie, una carruba. Sicuramente era una di quelle che voleva il curpiddu personale. Sorrise. “Sarina mia, diglielo tu o Signuruzzu che sono pronto.”

E’ bello finire la giornata in campagna.

_______________________ Termini dialettali utilizzati: _______________________

Cruedde: gerle fatte con canne tagliate a strisce o con virgulti di ulivo selvatico, e intrecciate a mano.
Vavalucieddu: una piccola lumaca che ha ancora la chiocciola molle.
Sparluccicavano: splendevano.
Vastasi: furbi, maliziosi.
Fimmine: donne.
Cangiano: trasformano.
Curpiddu: colpetto.
Pirsuasa: convinta.
Talè talè: guarda guarda.
A priatina: di essere pregati.
Siddiarisi: infastidirsi.
Cannavazza: tovaglia da tavola fatta di tela tessuta al telaio.
Scacciuni: pagnotta di grano saraceno cotta nel forno a legna.
Cunzatu: condito.
Co pummaroru salatu: con i pomodori secchi fatti asciugare al sole e poi conservati in olio d’oliva.
Olive scacciate: olive schiacciate e condite con olio, aceto, peperoncino, aglio, foglie di menta.
Cosacavaddu: caciocavallo, saporito formaggio tipico del ragusano che ha la caratteristica forma a parallelepipedo.
Cucchitedda: pane di grano saraceno dalla pasta molto lavorata, il risultato, dopo la cottura in forno a legna, è un pane molto compatto con l’esterno duro e croccante.
Frisca: fresca. Riferito al pane: fatto dalla stessa mattina, quindi ancora profumato e croccante.
Bummulidda: anfora di argilla dalla forma stretta e lunga, come tappo veniva usato un pezzetto di tronco di finocchio selvatico secco, questo recipiente era molto usato per mantenere l’acqua fresca.
Malattimpata: maltempo.
Priatu: contento di se stesso, soddisfatto.
Signuruzzu: Gesù Cristo.