Il profumo della vita

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine (..) Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare (Pablo Neruda).

Un forte profumo di caffè…

Ci sono storie che iniziano in luoghi particolari, in posti ben precisi. Io non mi ricordo dove cominciò la mia storia, forse ai margini di una strada, in una piazza, in una corsia d’ospedale o nell’androne di un condominio. Il fatto che non lo ricordi non dipende dai miei ottantasei anni, non lo ricordavo neanche allora, mi accorsi però che era pomeriggio, un pomeriggio di fine autunno.

Fu così che iniziò: un forte profumo di caffè mi arrivò fin dentro l‘anima. E’ un ricordo sempre nitido, una sensazione ancora oggi piacevole: il tepore dell’aroma che si faceva strada dentro di me fluttuando sull’aridità della mia vita.

Ero una vecchia di settant’anni. Trascinavo la mia esistenza da un posto all’altro, da un giorno all’altro, fino a quando tutti i posti diventavano uguali, tutti i giorni simili. Quel giorno però, entrai in casa desiderando un caffè. Mi sentivo stranamente eccitata, quella voglia di qualcosa, di un sapore, di un contatto con la realtà mi eccitava e mi spaventava.

Presi la caffettiera, cercai tra i barattoli, mi arrabbiai perfino, perché non riuscivo a trovarlo, e finalmente aprii il barattolo del caffè. Lo annusai avidamente. Le mani mi tremavano un po’ mentre con gesti goffi preparavo la caffettiera. Versai della polvere di caffè sul tavolo, sul lavabo sporco. Non riuscii ad avvitarla, le spire della filettatura erano piene di polvere di caffè. Tentai di avvitarla meglio, riuscii solo a farla cadere dentro al lavabo tra i piatti sporchi. La caffettiera si aprì, l’acqua e la polvere di caffè si sparsero sui piatti. Respirai a fondo. La recuperai, la lavai bene e ricominciai tutto di nuovo, con calma. Dopo un tempo che mi parse interminabile,  misi la caffettiera sul fornello e aspettai.

Rimasi lì accanto alla cucina. Fissai il manico deforme. Mi ricordai di quella volta che avevo messo la caffettiera sul gas e poi ero andata in un’altra stanza ad occuparmi d’altro fino a quando l’odore del bruciato non mi aveva richiamata in cucina. Prima avevo sempre qualcosa da fare, mi sembrava così lontano quel tempo. Il gorgogliare del caffè mi riportò al presente. Riconoscerne l’aroma mi emozionò. Spensi il gas. Cercai una tazza pulita. Rovistai ancora tra i barattoli. Non trovavo lo zucchero. Imprecai. Il suono della mia voce riempì la stanza. Mi sorprese. Cercai nella credenza, doveva esserci dello zucchero da qualche parte. Lo trovai finalmente, in una zuccheriera di porcellana decorata con disegni geometrici verdi e gialli. Lentamente versai il caffè nella tazza, lo zuccherai e lo sorseggiai con calma, assaporandone ogni sorso. Guardai fuori, mi accorsi che era pomeriggio. I tigli del viale erano quasi spogli del tutto. Fuori tutto era come prima e io ero tornata.

Tutto questo è successo sedici anni fa. Nella mia memoria è come se fosse successo oggi. Ogni gesto, ogni sensazione mi è rimasta impressa, indelebile. Non è stato un caffè come gli altri, quello. E’ stato il primo gesto che ho fatto per me stessa. E’ stato il primo segnale di amore per me. Ero tornata ad occuparmi di me, non era facile ma avrei potuto farcela. L’odore di quel caffè aveva risvegliato la mia voglia di vivere, l’ho capito dopo.

Tre mesi all’ospedale erano stati troppi. Le infermiere, le vicine di letto, l’immobilità forzata, l’inettitudine che lentamente aveva preso il sopravvento, mi ero lasciata prendere la mano. All’ospedale c’era sempre qualcuno con cui parlare, approfittavo anche dei visitatori delle mie vicine di letto. Scherzavo con le infermiere simpatiche, brontolavo e spettegolavo su quelle antipatiche. 
Poi, un giorno, la dimissione. Stavo bene, i medici erano contenti dei progressi che avevo fatto, le infermiere organizzarono una piccola festa d’addio: potevo tornarmene a casa.

Avevo sessantanove anni. Avevo trascorso gran parte della vita da sola, non navigavo nell’oro ma non avevo problemi economici, ero autosufficiente, avevo perfino sconfitto la malattia ed ero tornata a casa.
Casa: camere vuote, giornate piene solo di ricordi. Tutto apparteneva a un passato precedente. Anche il silenzio sembrava quello di un passato lontano, prima ancora della vita. Accendevo le luci, alzavo il volume del televisore fino a quando la vicina, quella nuova, la mia amica era morta mentre ero all’ospedale, non picchiettava infastidita contro il muro.

La notte ascoltavo fastidiosi rumori inesistenti. Mi rigiravo nel letto tendendo le orecchie per capire da dove venissero, intanto aspettavo che facesse giorno. Solo dopo capii che il cigolare, lo stridere, il cozzare, tutti quei rumori insopportabili, erano solo vecchi pensieri arrugginiti e logori, mescolati e rimescolati tra loro per troppe volte.

Di giorno uscivo, erravo, giravo tra sconosciuti in cerca di qualcosa che mi mancava e che non riuscivo a definire. Non ero pazza, non mi illudevo che la donna che portava il nipotino ai giardinetti si mettesse a conversare con me, né che lo facesse il signore che leggeva la cronaca sportiva o le ragazze che mangiavano il panino nella pausa del pranzo. Loro non mi vedevano nemmeno, ma io vedevo loro e mi riempivo i giorni con i loro volti.

Una volta, mentre ero fuori, mi sentii male, o finsi di stare male. Mi portarono all’ospedale, un altro ospedale, non c’erano le mie infermiere, né i miei dottori. Dopo due giorni mi rimandarono a casa. Prima di uscire il medico mi raccomandò l’igiene. Non mi cambiavo i vestiti da chi si ricordava quando, e mi lavavo con la stessa frequenza. Mi chiese della casa dove vivevo, mi raccomandò una dieta varia e mi prescrisse dei farmaci che dimenticai di comprare. Prima di tornare a casa comprai qualcosa da mangiare. Mangiavo poco, quello che capitava, cose pronte o fredde, non mi piaceva mangiare e non mi andava di cucinare.

Rimasi in quello stato per un anno. Ormai avevo smesso di cercare ogni cosa. Attaccavo i giorni l’uno all’altro come pagine vuote di un libro senza parole.
Quel profumo arrivò  all’improvviso, non riuscii a capirlo subito, si intrufolò piano e scosse quello che rimaneva dei miei sensi, vecchi e rattrappiti. L’odore del caffè mi sorprese, come mi sorprese tutto il resto.

Il desiderio; ero ancora capace di desiderare, di volere qualcosa. Così cominciò la mia storia, con un buon profumo di caffè e la voglia di fare un gesto per me.

Adesso a ottantasei anni posso dire di aver fatto tanti gesti per me, e solo dopo che ho imparato a farli per me ho cominciato a volerli fare per gli altri.

Luisa, la ragazza madre che ho ospitato fino alla settimana scorsa, si lamentava dei giorni che scorrevano tutti uguali, si sbaglia, ogni giorno è così diverso e imprevedibile che a volte basta anche un profumo per cambiarci la vita. Questo Luisa non lo sa ma imparerà.

Ora è meglio che vada a preparare la stanza per la nuova ospite, si chiama Paola e ha un bambino di due anni. Sono contenta di avere un bambino per casa, mi prenderò cura di lui mentre la sua mamma lavorerà. Gli racconterò le favole, giocheremo e riempiremo i giorni di tante cose. Dalla finestra vedo i tigli che stanno per spogliarsi ancora, è di nuovo autunno. Sarà ancora un meraviglioso autunno.